Guatemala

Nella giungla del Guatemala esistono le “cicale” più grosse e rumorose che abbia mai sentito, il loro suono è come quello di una motosega continuamente alle prese con del legno molto duro; alla fine per sfinimento ti abitui, tanto che in quei rari momenti in cui si accordano, e rimangono in silenzio, hai un senso di vuoto tale che ti senti venir meno, assorbito dal silenzio.
Niente strade, sentieri con due carreggiate, giusto per infilarci le ruote del fuoristrada, nessun cartello stradale, nessun distributore di benzina o altre comodità.

E’ tutto uguale, non ci sono punti di riferimento, né colline o punti in altura, piuttosto monotono, ma comunque affascinante; ti senti avvolto dalla vita, è pieno di vita, denso; ti crea uno stato molto simile, per assurdo, alle brulle montagne del Tibet, ti porta dentro di te, quasi per reazione. Ho trovato la giungla molto riposante e introspettiva, un luogo di raccoglimento. La giungla è come il deserto, non ci sono confini, non si percepiscono, e così ti puoi trovare in Messico e poi in Guatemala senza quasi accorgertene, e comunque se poi torni da dove sei venuto è un sistema comodo per evitare confusioni burocratiche.

In questa mescolanza di animali, piante e insetti di cui sei inevitabile preda, ho visto le rovine Maya più suggestive Tikal, Aquateca e Dos Pilas piene di mosquitos, umidità e archeologi, ma non di turisti. Una meraviglia coperta di foresta che sta emergendo grazie al lavoro paziente di pochi: si narra che sia stata l’ultimo rifugio di una famiglia reale nell’700 d.c.

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