I racconti del Grande Fiume

Storie dell’essenza

Un grappolo di racconti vivi e vibranti, una melodia che pizzica le corde di antichi miti, parabole e fiabe. Al di là del tempo, al di là dello spazio, una Sacerdotessa, Oracolo cieco, torna a vivere attraverso il racconto, e parla a un re. Le parole dell’Oracolo scendono nel cuore, come dita invisibili sfiorano le emozioni, accarezzano il sentire. Un linguaggio antico, che appartiene alle nostre radici, che fonde parola e simbolo, emozione ed intelligenza intuitiva, che va oltre la sola visione intellettuale. Ogni racconto è incastonato fra una breve introduzione ed una conclusione dell’Oracolo, approfondito da una riflessione conclusiva del Re. Il Re parla alla mente, usa un linguaggio più razionale, fornisce spunti di riflessione e critica costruttiva. La riflessione del Re è l’intuizione di colui che ascolta, simbolo della capacità dell’uomo di sviluppare la propria comprensione attraverso un reale udire ed osservare, sinonimo di intelligenza viva, di disponibilità alla vita ed ai suoi insegnamenti.

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Approfondimenti e brani tratti dal libro

<strong>Prefazione</strong>

Questo è un libro piuttosto singolare.
I racconti che vi si trovano vanno letti calandoli nella realtà della propria esistenza, rendendoli, in questo modo, vivi e vibranti. Sono racconti “aperti”, attraverso i quali ognuno può trovare strumenti di osservazione di se stesso e della realtà oggettiva. Appartengono ad un tipo di narrativa inconsueta all’uomo contemporaneo, riconducibile agli antichi miti, alle parabole, ai racconti epici, alle fiabe; una narrazione che, attraverso storie ricche di simboli, permette al lettore una comprensione della realtà non solo razionale, ma soprattutto emozionale.

In questa prefazione si cercherà di aiutare il lettore a trovare riferimenti culturali, ma i racconti acquistano davvero vita solo se vengono compresi. Possono essere letti tutti d’un fiato, perché sono, nel loro insieme, un percorso di crescita della capacità di comprendere e contengono una gran quantità di informazioni esperienziali. Ma questo è un libro che può anche essere letto lentamente e ripreso di frequente. Sarà interessante per il lettore, che inizia a comprendere l’unicità e l’irripetibilità del presente, tornare a consultare le storie e scoprire sempre nuovi significati. Ogni volta che si rilegge un racconto, questo si cala in un presente sempre diverso e inevitabilmente qualcosa di nuovo accade. In questo senso i racconti sono aperti, in continuo mutamento e trasformazione; non sono fatti per trarne conclusioni lapidarie, ma per seguire il divenire e il mutamento propri dell’essere umano.

Questi racconti, ambientati in un lontano passato molto precedente alla nascita di Cristo, sono volutamente lasciati in un tempo che lascia spazio all’interpretazione del lettore. L’insieme delle storie e colui che le narra sono essi stessi un simbolo. I protagonisti sono due: l’Oracolo e il Re. La situazione appare paradossale, ma in realtà è assolutamente logica per quell’antica cultura. Il Re, uomo di potere e di intelligenza è l’unico che ha accesso all’Oracolo, una sacerdotessa cieca che ha capacità di osservare a fondo gli stati d’animo e dare consigli, ma mai predire il futuro. Il Re può fare domande, chiedere consigli sulla situazione in atto e sulla sua stessa vita, ma l’oracolo risponde solo se ritiene opportuno farlo e dà i suoi suggerimenti, preferibilmente, raccontando una parabola. Da questa Il Re trae le conclusioni, attraverso riflessioni, che sono sempre indirizzate alla capacità reale di fare che è nelle possibilità degli esseri umani.

L’intento di questi racconti non è quello di creare un testo oracolare fine a se stesso, ma di dare vita ad un passaggio di informazioni, per innescare un processo virtuoso di osservazione, riflessione ed elaborazione di noi stessi e della realtà in cui stiamo vivendo.

L’Oracolo torna a vivere attraverso il racconto e dà, nella sia pure apparente staticità dell’indicazione, uno stimolo profondo all’elaborazione dell’insieme, un’istantanea riservata e personale del lettore.
Il racconto dell’Oracolo è come un quadro d’insieme, ove trovare collegamenti e riflessioni. Ogni racconto è preceduto da una breve introduzione di preparazione e seguito da una parte conclusiva, che si collega all’introduzione e sembra delimitare e focalizzare la storia. Pur nelle molteplici vie d’interpretazione o riflessione, l’indicazione di questi racconti sembra dare una risposta evolutiva univoca per tutti i lettori. In questo senso, il libro sembra adattarsi perfettamente all’unicità propria di ciascuno. è possibile trarre spunti di comprensione indipendenti dalla condizione del presente in cui lo si legge e questo è possibile perché, oltre alla base razionale, il libro sconfina, attraverso simboli ed archetipi, in un universo intuitivo ed emozionale, che ognuno di noi legge individualmente.

Ad ogni racconto segue la riflessione del Re: il tono cambia, è all’apparenza più razionale; a volte può sembrare che manchino collegamenti diretti con la storia, oppure che i brani siano gettati nel libro a caso. In realtà, un lettore attento troverà il filo che unisce la narrazione e le riflessioni. Le riflessioni del Re non sono sentenze, pur appartenendo alla tradizione classica delle Antiche Scuole Filosofiche: sono spunti di riflessione e di critica costruttiva; non sono riferite al racconto in sé, ma alla situazione generale inquadrata dalla storia.

La riflessione conseguente del Re, fatta dopo avere ascoltato il racconto ed essersi allontanato dall’Oracolo, è l’intuizione di colui che ascolta. Il Re diviene il simbolo della capacità dell’uomo di sviluppare la propria comprensione attraverso l’udire, l’osservare e l’essere presente. In questo modo egli è in grado di utilizzare le informazioni ricevute collegandole tra loro, a formare una realtà ricca sin nei minimi dettagli. Il Re è quindi simbolo dell’uomo che cresce, dell’uomo responsabile, perché comprende che le azioni determinano comunque conseguenze.

In ultima analisi, è sempre il lettore che deve interpretare la risposta dell’Oracolo. Essa si interpreta in base alle informazioni, alle immagini in essa contenute, ma soprattutto in relazione ai collegamenti che il lettore, attraverso la propria coscienza, è in grado di formulare in quel preciso momento. è molto importante considerare, quindi, le riflessioni del Re come un ulteriore spunto costruttivo. Egli esprime la sua comprensione delle cose e della vita: un punto di vista non di una realtà diversa, bensì di una qualità e di una profondità differenti.
É altresì importante non ricadere in vecchi cliché, che identificano il racconto dell’Oracolo con la capacità di un indovino di predire il futuro. Un tale approccio escluderebbe la capacità di ogni singolo individuo di vedere e di elaborare il proprio destino e le proprie scelte e si tradurrebbe nell’atteggiamento passivo di un uomo che giace supino di fronte agli eventi, come se il destino fosse un libro già scritto da altri e inamovibile, sempre un passo avanti a chi lo vive.
Nel brano che segue, Osho Rajneesh parla di chi consulta oracoli e indovini, testi scritti o altro.

…non arriverai a vederci che la tua immagine, il riflesso del tuo inconscio. Tutti questi metodi non sono che degli specchi, riflettono l’inconscio dell’interrogante; non ti danno niente di nuovo, si limitano a riflettere la tua immagine. Ma tu non ti conosci: perciò ti sembra di venire a sapere qualcosa per mezzo loro.” (Tao, Ed. Re nudo, 1980)

Un linguaggio adatto allo sviluppo della capacità di comprendere

I miti e i simboli costituiscono un linguaggio particolarmente adatto allo sviluppo interiore dell’Uomo. Uno sviluppo che non può essere solamente intellettuale, ma che ha bisogno comunque di una base sensibile ed emozionale per nutrire la comprensione interiore.
Ogni espressione, ogni formulazione, può essere considerata un simbolo del pensiero e, da questo punto di vista, il linguaggio stesso è simbolico. Nella nostra società, dedita alla comunicazione globale ed invasiva, si è persa quella comunione tra parola e simbolo, tra emozione e intelligenza intuitiva, dove per intelligenza intuitiva si intende un approccio superiore al ragionamento, che dovrebbe essere proprio di un linguaggio significativo. E questa è una comunicazione sintetica, veloce e potente. Un esempio di semplice comprensione è la fiaba, uno strumento prezioso di comunicazione apprezzato dalle menti giovani, che, fresche di emozioni e sensazioni, sanno cogliere significati che vanno oltre l’interpretazione intellettuale o morale data dagli adulti.
Rendendosi conto dell’imperfezione e della debolezza del linguaggio ordinario, gli uomini, che in antichità conoscevano l’idea di coscienza oggettiva, cercarono di esprimersi sotto forma di miti, di simboli, aforismi e racconti che, se trasmessi senza alterazione, erano capaci di tramandare informazioni da una Scuola di pensiero all’altra, sovente da un’epoca all’altra.
In antichità, lo scopo dei miti e dei simboli era di far giungere informazioni ad un livello più alto, sorpassando la normale capacità razionale del centro intellettuale, usando le emozioni e il sentire. Andare dal cuore alla mente, invece che dalla mente al cuore.
Questo tipo di trasmissione delle informazioni otteneva due risultati contemporaneamente: il primo, sviluppare un certo grado di conoscenza oggettiva; il secondo, aumentare la capacità di comprensione. Non un semplice travaso di nozioni e conoscenze, ma un arricchimento costante ed esponenziale, in modo da formare un uomo capace di ascoltare e agire.
è relativamente recente l’uso della scrittura come noi la conosciamo e il conseguente immagazzinamento delle informazioni. Per migliaia di anni i testi fondamentali sono stati quelli religiosi, passati dalla tradizione orale a quella scritta, con continui ed inevitabili cambiamenti nelle successive trascrizioni e traduzioni. Oggi, la comunicazione, che sembra aver raggiunto livelli elevatissimi di precisione, in realtà manca di una parte fondamentale per la comprensione reale: il passaggio emozionale. Qualcuno può obiettare che un testo di fisica, matematica o astronomia, non può essere letto emozionalmente. Forse occorre riflettere un attimo su tale affermazione. Le informazioni stesse, che quei testi contengono, sono stimoli che lasciano aperta la capacità di connessione e di interpretazione e sviluppano la capacità evolutiva propria dell’essere umano.

La nostra scienza comunque è basata sulla causalità, e quest’ultima è considerata verità assiomatica. Ciò che la Critica della Ragion Pura non ha saputo fare, è stato tuttavia compiuto dalla fisica moderna, vale a dire la messa in dubbio dell’assioma della causalità: noi ora sappiamo che tutte le leggi di natura non sono altro che delle verità statistiche, costrette perciò ad ammettere delle eccezioni. Non abbiamo sufficientemente tenuto conto del fatto che, per dimostrare la validità invariabile delle leggi di natura, abbiamo implicitamente bisogno del laboratorio con le sue incisive restrizioni. Lasciando che la natura faccia da sé scorgiamo un quadro ben differente, ogni processo subisce delle interferenze parziali o anche totali da parte del caso….” (C.G. Jung, Prefazione alla traduzione inglese dell’ I King)

La visione dell’Oracolo

L’Oracolo di Delfi, quando fu consultato dal Re Creso, disse che, se egli avesse attraversato il fiume Halys, avrebbe abbattuto un grande regno.
Fu solo dopo averlo attraversato ed essere stato completamente sconfitto in battaglia, che Creso scoprì che il regno indicato dall’Oracolo era il suo.

L’Oracolo non prevede il futuro, non vede il passato. L’Oracolo fa un’istantanea del presente e la fa, apparentemente, in modo casuale; ma spesso, nel presente, sono celati i semi del futuro. Il numero delle variabili è talmente alto da non poter essere decodificato solo con l’uso della ragione. Occorre trascendere il fenomeno per entrare nel noumeno, come lo definisce Kant. In altre parole, il racconto oracolare è un’immagine, talvolta semplice, talvolta ricca di sfumature; uno spunto di osservazione che offre la possibilità di “vedere”.
Jung definisce questi momenti “sincronicità”, che considera come qualcosa di più della semplice causa-effetto: il nostro universo e gli eventi costituiscono un’unità non solo materiale, ma psico-fisica.

Mi ha sempre colpito il fatto che un numero sorprendentemente elevato di individui non facciano uso della mente se possono farne a meno e che un numero equivalente di essi usi la mente in un modo sorprendentemente stupido. Fui altresì sorpreso dal fatto che molte persone intelligenti e aperte vivessero, almeno nella misura in cui era possibile rilevarlo, come se non avessero mai appreso l’uso dei loro organi sensoriali: non vedevano le cose più evidenti, non udivano le parole che risuonavano loro negli orecchi, o non percepivano ciò che toccavano o gustavano. Alcuni di loro vivevano senza esser consapevoli della condizione del loro corpo. C’erano poi altri che davano l’impressione di vivere in una curiosissima condizione di coscienza, come se lo stato in cui si trovavano attualmente dovesse essere definitivo, senza alcuna possibilità di cambiamento, o come se il mondo e la psiche fossero statici e immutabili per sempre. Essi sembravano privi di ogni immaginazione e sensibili, in maniera totale ed esclusiva, alla percezione dei sensi. Nel loro mondo non esistevano fattori causali o possibilità e nel loro “oggi” non era presupposto nessun effettivo “domani”. Per essi il futuro era una semplice ripetizione del passato.” (C.G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, Ed. TEA, 1991)

Una storia, o un racconto, divengono vivi e vibranti quando c’è dietro coscienza, comprensione. In questo modo si comunica ad un livello diverso: attraverso il cuore. Certo, non è sufficiente l’Oracolo che parla, è necessario ed indispensabile che vi sia colui che ascolta.
Nella cosiddetta condizione ordinaria dell’Uomo, non è così scontato che colui che ascolta sia in grado di farlo. Spesso ascoltare, nel senso di percepire l’insieme delle informazioni interiori ed esteriori, avendo coscienza di sé, inizia dopo un lungo processo esperienziale di vita. In ogni caso, questo stato di ascolto è quasi sempre sinonimo di intelligenza viva e non egoica, di disponibilità alla vita ed ai suoi insegnamenti.

Il potere della parola

Sino ad oggi, la ricerca scientifica non ha ancora determinato chiaramente il rapporto esistente fra mente e corpo; e ancor meno è riuscita a definire la parola coscienza o coscienza di sé.
Esistono già moltissime ricerche fatte, alcune anche apparentemente bizzarre, nei più svariati campi: dalla psiconeuroimmunologia alla neuroendocrinologia, dalla genetica molecolare alla neurobiologia, dalla memoria e dall’apprendimento alla robotica. Queste e molte altre ci porteranno in tempi brevi alla dimostrazione scientifica che esiste una chiara interazione tra mente e corpo, il che ci condurrà, inevitabilmente, alla coscienza, all’osservazione ancor più evidente di come la nostra essenza profonda non sia disgiunta dalla chimica del nostro sistema psicofisico.

Dice, a questo proposito, Ernest L. Rossi, uno dei maggiori ipnoterapeuti americani: “Sappiamo, ad esempio, che in particolari condizioni, con le induzioni adatte il sistema limbico-ipotalamico del cervello trasforma i messaggi neurali della mente in molecole messaggere neuro-ormonali del corpo. Questo significa stimolare il sistema endocrino a produrre ormoni steroidi con reazione di modulare l’espressione dei geni. Questi geni allora stimolano le cellule a produrre le varie molecole che regoleranno il metabolismo, la crescita, il livello di attività, la sessualità e la reazione del sistema immunitario nella malattia e nello stato di salute.” (Ernest L. Rossi, The psychobiology of mind-body healing, Ed. W.W. Norton & Co., New York 1986)

Le parole, dunque, acquistano un potere diverso da quello che siamo abituati ad attribuire loro: possono modificare la nostra coscienza, possono portare ad un’evoluzione interiore, a migliorarci e, perché no, anche a stare bene. L’origine di questa scienza, che usa la parola in maniera terapeutica, è sepolta nella notte dei tempi, ma è ancora oggi attuale e potente. Il racconto terapeutico, i simboli che muovono dentro di noi energie profonde, individuali e collettive fanno parte della realtà della nostra esistenza di esseri umani.

Le prime parole del Vangelo di San Giovanni sono: “In principio era il verbo“. Il Verbo, il Logos, non è solo parola, è molto di più: è la Creazione che si esprime attraverso… Il Verbo è potere, nasce dal principio originante di tutte le cose, è la manifestazione esteriore del Pensiero.
Ancora Jung, in una frase detta pochi anni prima della sua morte:

Una parola, o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, inconscio, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. Né si può sperare di definirlo o spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata a contatto con idee che vanno al di là delle capacità razionali.” (C. G. Jung, Man and his Symbols, , Ed. Aldus Books Limited, London 1967)

La parola è quindi molto più che una semplice reazione a stimoli esterni: è creazione, è condivisione con altri, ma ancor di più con se stessi; diviene la maniera per passare dallo stato di pensiero allo stato concreto, che si avvia verso l’azione. è chiaro, quindi, che, se dietro la parola esiste la coscienza di se stessi, la parola diviene viva, variabile, mutabile ed adattabile, espressione della propria intelligenza. Diviene la possibilità di vedere il limite e quindi di superarlo continuamente: diviene potere di “fare”.

<strong>I racconti del Grande Fiume - Storie dell’essenza</strong>

Si narra che in antichità, in una città vicina al Grande Fiume Antico, vi fosse un Re, il quale chiedeva consigli ad una sacerdotessa, divenuta suo Oracolo.
La sacerdotessa aveva un rapporto privilegiato con il Re; ne aveva grande rispetto, tanto da non poter mai pronunciare il nome del Sovrano e nemmeno i nomi degli Dei dinnanzi al Sovrano. La sacerdotessa riteneva che il Re fosse di discendenza divina e che pochi come lui nascessero in mezzo agli uomini. Nonostante ciò, ella non ne era assoggettata: parlava liberamente dicendo ciò che riteneva giusto dire, rispondendo alle domande solo quando era opportuno farlo, nonostante l’insistenza del Re.
Si narra che fosse priva della vista, ma che sapesse sempre indicare il nord, in qualunque punto ella si trovasse. Prima di parlare, la sacerdotessa si stendeva e, tracciando con le mani linee nell’aria a tessere fili invisibili, di volta in volta, con la sommità del capo, individuava un punto, scegliendolo fra tre diversi orientamenti: nord-ovest, nord o nord-est. Una volta disposta nel punto scelto, poggiava le mani sul petto, i palmi rivolti in basso e le dita tese, a sfiorarsi l’un l’altra le punte.
Poi, secondo lo stato d’animo del Re e di quello che accadeva attorno, la sacerdotessa dava consigli attraverso delle storie.

Queste sono le storie del Grande Fiume.

<strong>Vedere con il cuore</strong>

Quando l’acqua se ne va tumultuosa, tu cerca qualcosa che ti porti all’altra riva.
Fermati e aspetta. Guardati attorno, pensa bene a ciò che devi fare. Aspetta… poi, quando le acque saranno più calme, potrai andare nella giusta direzione.
O mio Re, il tuo potere è grande nel bene e nel male. Tu puoi andare nel bene, tu puoi andare lungo la diritta via che porta alla non morte, tu puoi raccogliere il frutto di ciò che nella tua vita hai seminato.
Usa il cuore, o mio Re: il potere non sta fuori di te, sta dentro di te. Sii cauto, non sempre un popolo sa vedere la grandezza di un Re. Questo non vuol dire che il Re non sia grande. Quando un Re troppo al popolo vuol far vedere della sua grandezza, egli è meno grande dentro di sé.
Usa il cuore, o mio Re.
Il potere è nella comprensione. Vai verso la comprensione, e tu puoi farlo. Vi è un momento in cui le nuvole celano le stelle e non puoi vedere la luna, ma essa c’è. Aspetta che le nuvole vadano. Poi vai verso le stelle, o mio Re.

Sulle rive del Grande Fiume c’era un villaggio dove vivevano due fratelli, ciascuno dei quali aveva un figlio maschio. I due cugini erano stati cresciuti come fratelli, poiché avevano la stessa età ed era stata data loro la stessa educazione. Ma nell’animo di ogni persona esistono tanti e diversi padri.
Arrivò il momento per i due figli di fratelli di prendere moglie e, per l’occasione, si diede una grande festa – lunga tutta una notte – sulle sponde del Grande Fiume. Il fuoco fu acceso e le donne iniziarono a danzare per catturare lo sguardo dei due giovani. I due figli di fratelli andarono in mezzo a queste donne, danzando con loro, ma, mentre uno rimase vicino al fuoco, l’altro se ne allontanò. In quel momento la luna e le stelle vennero coperte dalle nuvole. Il primo giovane, che poteva vedere bene grazie alla luce del grande fuoco, incontrò una donna bellissima che danzava leggera. Ella lo attirò a sé, lui le andò vicino e in quell’istante decise di prenderla in moglie.
L’altro giovane era lontano dal fuoco, non poteva vedere. Sentì qualcuno avvicinarsi a lui, sentì il suo respiro, il cuore che batteva, le mani dolci che lo accarezzavano; sentì una donna che lo aiutava a camminare al buio. Senza nemmeno vederla, decise di prenderla in moglie.
Il giorno dopo, i due figli di fratelli andarono dai loro padri e presentarono loro le due future spose. Insieme ai due genitori era seduto anche il vecchio padre, malato e cieco. I due fratelli guardarono le prescelte e videro che la donna di uno era molto bella, la donna dell’altro non lo era altrettanto e il padre di quest’ultimo si dispiacque per questo.
Il vecchio padre, che non poteva vederle, chiese alle due donne di parlare. Così ognuna di loro raccontò qualcosa: la prima parlò della sua bellezza, la seconda aprì il suo cuore.
Il vecchio padre, che aveva sentito il disappunto nei suoi figli, in particolare in quello il cui figlio aveva scelto una donna non bella, disse loro: “Dio mi ha dato il dono di non vedere con gli occhi, ma di vedere con il cuore. Grande è la fortuna di un uomo che può vedere con il cuore, ancora più grande se egli può farlo anche con gli occhi. Ma, attenzione! Se gli occhi della mente offuscano gli occhi del cuore è meglio essere ciechi”.

O mio Re, è col cuore che devi vedere, poi puoi vedere con tutto il resto.
Chiudi i tuoi occhi per un attimo, ogni volta che lo sguardo del cuore si offusca.
Ricorda, o mio Re.

Riflessione del Re

Crescere nella comprensione è positivo. Occorre fidarsi del saggio: se vedi attraverso di lui, è propizio avviarsi.
Se l’apparire e le convenzioni velano la nostra vista e la nostra coscienza, non possiamo attingere da quel patrimonio immutabile di saggezza e cultura che appartiene alle radici dell’umanità.
La fiducia appartiene alla vita, il credere è il prodotto della mente. La mente fa il suo lavoro, deve costruire, progettare, prevedere, desiderare. Ed è proprio dal desiderio che nasce il grande fraintendimento. Il desiderio diviene sostanziale, cioè si trasforma in qualcosa di indispensabile; anzi, l’oggetto del desiderio diviene indispensabile. Non si può fuggire da questo; sarebbe pura illusione convincersi di non desiderare, di non pensare, di non progettare: è nella natura delle cose e dobbiamo accettarlo. Molti hanno pensato di superare il desiderio, sostituendolo con desideri alti, moralmente accettabili: essi cercano Dio, l’illuminazione, il risveglio, il Paradiso. Non dobbiamo essere ipocriti! Non serve sostituire un desiderio con un altro, quello che davvero può servire è osservare il meccanismo, la radice del desiderio. Per fare questo, non è necessario smettere di desiderare; al contrario, lascia libero il desiderio, lascia libero il pensiero, lascia libera la mente di progettare e prevedere. Solo in questo modo avrai occasione di generare energia dalla tua osservazione. Se ti ostini a reprimere il desiderio e ciò che la mente produce, sarai perduto: i desideri diverranno potenti. Forse tu riuscirai ad essere più forte e reprimere l’oggetto di quel desiderio, ma alimenterai il meccanismo che lo produce. Forse, poi, comincerai a desiderare con tutte le tue forze di illuminarti, di risvegliarti, e allora avrai davvero perso ogni speranza.
Diventa un vedente, uno che ha fiducia, che vive. Chi vive nel desiderio, non può essere che un credente. Un credente crede, perché desidera.

Un ricercatore chiese al Maestro: “Cosa stai dicendo? Non capisco una parola di ciò che dici! Parli, parli continuamente, i tuoi discorsi percorrono molte strade contemporaneamente, mi accorgo di seguirne una e poi di trovarmi confuso in un’altra…
Il Maestro rispose: “Le mie parole sono solo un gioco… sono un trucco per tenere occupata la tua mente, altrimenti vedresti solo con gli occhi… esistono cose che non possono essere espresse con le parole, né viste con gli occhi… in realtà ciò che dico non ha nessuna importanza: è ciò che senti ad essere importante; non è necessario capirlo, ma comprenderlo. A volte è necessario confondere la vista per vedere veramente.

<strong>Le azioni della vita</strong>

Una pianta giovane è ancora debole: ci vuole acqua, luce, sole, cura. Può diventare una piccola pianticella o un grande albero. Dare acqua, far vedere il sole… ma non troppo quando la pianta è piccola. è bene curarla senza eccedere.

In una città vicino al Grande Fiume antico, un padre aveva sette semi, tutti buoni e perfettamente uguali. Egli decise di darne uno a ciascuno dei suoi sei figli e diede quello rimasto ad uno stalliere, che lavorava per lui da quando era nato ed aveva la stessa età del suo secondo figlio. Lo stesso giorno, tutti coloro che avevano ricevuto il prezioso dono piantarono i semi.
Ognuno dei figli cercò un posto favorevole, interrò il proprio seme e cercò di curarlo, per far vedere al padre di essere il più bravo. Iniziarono a dare tanta acqua, tanto sole ed ogni giorno, per più volte, andavano ad osservare quanto la pianta era cresciuta. Lo stalliere piantò il seme bene, con cura, ed andò ad occuparsi delle sue bestie. Andava solo una volta al giorno a vedere se la pianta cresceva; portava acqua al seme, lo proteggeva dal sole quando era troppo cocente e metteva vicino alla terra un po’ di sterco delle sue bestie. Non aveva fretta.
Dopo sei mesi, il padre andò a vedere i semi piantati dai figli e vide che non erano cresciuti bene. Ognuno dei figli, volendo essere il migliore, aveva voluto dare troppo e l’esagerare nella cura non dà buoni frutti. Allontanandosi, vide un bell’alberello florido e rigoglioso, che cresceva in un angolo e chiese di chi fosse. Gli fu risposto che era frutto del seme dato allo stalliere che l’aveva curato, innaffiato, concimato con lo sterco, ma, non desiderando egli fare bella figura con il padre, aveva dato tutto nella giusta misura.
Il giorno dopo il padre si sentì male e si rese conto che di lì a poco sarebbe morto; chiamò a sé tutti i suoi figli e disse loro: “Mi dispiace se vi deluderò, ma alla mia morte lascerò tutti i miei beni allo stalliere. La cura è una cosa che bisogna saper dare e deve avere una giusta misura. Ma, soprattutto, si cura qualcosa per sé e non per dimostrare qualcosa di sé agli altri.”

Ricorda, o mio Re: i tuoi sudditi non devono preoccuparsi di farti vedere il risultato, devono ottenere il risultato per se stessi. Tu puoi dar loro i semi e l’acqua, dire loro che la luce e il sole sono importanti. Ma fai sempre in modo che non abbiano paura di te o che non piantino i loro semi per dimostrarti la loro bravura. Ricordalo, o mio Re.

 

Riflessione del Re

Esiste una verità intrinseca alle cose.
Per osservare la verità intrinseca delle cose, è necessario avere fiducia. La mente si interpone continuamente tra la coscienza e la realtà oggettiva. Il potere della fiducia è grande, la fiducia si estrinseca imparando ad ascoltare se stessi, ad osservare, ad essere testimoni di sé. Comincerai a comprendere la verità intrinseca delle cose quando cadrà la differenza tra ciò che vedi dentro e ciò che vedi fuori.
Entrare nel cuore è come mettere in acqua una nave: essa galleggia perché è cava. La nave permette all’acqua di sostenerla proprio grazie alla sua forma cava. Così il cuore deve sostenersi dall’interno, allora l’esterno gli sarà di supporto. Spesso gli uomini, attraverso il loro atteggiamento nelle azioni della propria vita, dimostrano di tenere conto solamente di ciò che si vede all’esterno.
Se viaggi sulla strada del tuo risveglio, imparerai presto che non puoi portarti dietro tutto ciò che incontri, non puoi trattenere ciò che è fuori di te senza che esso diventi un peso. Quando incontri un uomo che, attraverso le parole, esprime il senso profondo dell’esistere, non fermarti alle parole, vai alla vibrazione che esse producono dentro di te. Allora comprenderai la differenza, comprenderai se quelle parole vengono da un uomo che ha imparato a trattenere dentro di sé ciò che ha compreso e a non rimanere attaccato alle cose che ha incontrato sul suo cammino. Solo in questo caso, le sue parole avranno vita, non apparenza.
Così anche le azioni: se procedono dall’interno e dalla comprensione, esse hanno vita, costruiscono; diversamente, sono solo sogni.

<strong>La vera ricchezza</strong>

Tu mi chiedi cosa sia l’immortalità. Posso risponderti che è la verità. Può allora un uomo divenire immortale? L’uomo è immortale, quello che può fare è distruggere la sua immortalità.
Tu sai, o mio Re.
La verità è come un tesoro formato da tanti gioielli diversi: ognuno brilla in un modo differente e ha molte facce. La scatola piccola può contenere il dono più prezioso, ma ogni dono è come un fiore: devi curarlo, se vuoi che duri a lungo. Se non lo metti in acqua, sfiorisce subito.

Lungo il Grande Fiume Antico sorgeva una città governata da un grande Re. Egli era molto ricco e cercava di dare sempre di più ai suoi sudditi. Allo stesso tempo, però, era anche un Re molto esigente e pretendeva molto da coloro che governava. Ma il Re non era felice. In tutto il regno egli aveva solo sudditi, non aveva amici e nemmeno consiglieri: erano tutti sottoposti a lui e null’altro.
Un giorno egli si recò in visita presso il Sovrano di un regno vicino. Questo Re era sicuramente meno ricco di lui e non poteva dare tanto ai suoi sudditi, ma tutte le sere, nell’ora del tramonto, andava nella piazza, camminava insieme a loro, chiedeva notizie sulla famiglia e sulla salute ad ognuno che incontrava ed in questo modo era felice.
Il Sovrano ricco non capiva perché, quando questo strano Re chiedeva qualcosa, tutti i suoi sudditi correvano per accontentarlo ed invece, quando egli stesso chiedeva qualcosa, tutti avevano paura e cercavano di allontanarsi, oppure gli ubbidivano senza discutere. E ancor più non capiva come mai i sudditi ubbidissero con gioia ad un Sovrano che non elargiva ricchezze, come invece egli era solito fare. Così decise di fermarsi in quel regno più a lungo per capire cosa stesse accadendo.
Quando, dopo venti giorni, tornò dalla moglie, la regina preoccupata gli chiese come mai era stato via tanto lungo e com’era la situazione del Sovrano suo amico. Al che egli rispose: “è più ricco di noi, dobbiamo imparare da lui”. La moglie replicò: “Non è vero, egli è più povero di noi”. Allora il marito ribadì “C’è qualcosa in lui che vale mille volte di più della ricchezza più grande del mondo “. Detto questo, andò via dalla sua reggia e si narra che stette lontano da casa per più di venti anni.

La storia finisce qui, non si sa se il Re sia tornato. Forse è ancora via, ma, quando avrà compreso, potrà anche tornare. Usa il cuore, o mio Re: il potere senza il cuore è una catena, il potere con il cuore è una corona di fiori.

Riflessione del Re

Se dal pozzo non si attinge acqua, il pozzo ristagna e l’acqua si avvelena.
Se per dimostrare il tuo valore devi accettare compromessi ed automaticamente vendere la tua parola e le tue azioni, allora è meglio avere il coraggio e la determinazione di non apparire. Conserva le cose preziose dentro di te, non svenderle per ottenere riconoscimento.
Il tuo cuore è il vero pozzo, è nella sua natura dare e ricevere; ricorda che il segreto è nel flusso, non nel contenuto. Chi più perde, più ritrova.
La mente produce tecnologia. La mente è una macchina e ciò che produce non deve essere confuso con l’essenza. Essa al massimo può produrre una teoria religiosa, un sistema per condurre o per sviluppare. La mente può produrre i rituali, le preghiere, i templi, i testi sacri, i metodi. Ma l’intuizione non può essere un prodotto della mente, non le appartiene; tutt’al più, la mente può tradurla.
Il viaggiatore che sa di viaggiare gode e partecipa intensamente a ciò che incontra sul suo cammino, ma non dimentica che sta viaggiando e che, per continuare a godere del suo viaggio, occorre mantenere l’equilibrio. Solo un tranquillo e costante progresso, conduce avanti; così il viaggiatore si nutre interiormente d’esperienze che lo aiutano nel suo percorso.
Il viaggiatore che sa di viaggiare osserva il suo presente e si organizza per il futuro: egli sa che le azioni nel presente hanno conseguenze nel futuro. Così se alzando lo sguardo vede lontano le sabbie del deserto, egli cerca subito l’acqua.

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