Leggo e rileggo

Amo leggere e ci sono alcuni autori che non mi stanco mai di rileggere, è come se ogni volta trovassi nelle loro parole un nuovo spunto di riflessione e un modo sempre diverso di percepire il presente.

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO DEL 1948

PREAMBOLO
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’ oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’eguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, e hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà.

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L’ASSEMBLEA GENERALE
proclama

LA PRESENTE DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni; al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2
1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza limitazione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.

2. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia che tale territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.

Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù: la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad un’effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali nazionali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11
1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.

2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetrato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15
1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.

2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del
diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16
1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento.

2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri
coniugi.

3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17
1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.

2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.

Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.

2. Nessuno può essere costretto a far parte di un’ associazione.

Articolo 21
1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.

2. Ogni individuo ha il diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.

3. La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro della società ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23
1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.

2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.

3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che
assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri
interessi.

Articolo 24
Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole
limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25
1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

2. La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della sua stessa protezione sociale.

Articolo 26
1. Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per
quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.

2. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al
rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27
1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, a godere delle arti e a partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29
1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.

2. Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento ed il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.

3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante a alla distruzione di alcuni dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO DEL 1948
UNHCR

Roberto Calasso

Erano esseri remoti, non solo dai moderni ma dai loro contemporanei antichi. Distanti non già come un’altra cultura, ma come un altro corpo celeste. Così distanti che il punto da cui vengono osservati diventa pressoché indifferente. Che ciò avvenga oggi o cento anni or sono, nulla di essenziale cambia. Per chi è nato in India alcune parole, alcuni gesti, alcuni oggetti potranno suonare più familiari, come un invincibile atavismo. Ma sono lembi dispersi di un sogno di cui si è annebbiata la vicenda.
Incerti i luoghi e i tempi in cui vissero. I tempi: più di tremila anni or sono, ma le oscillazioni nelle date, fra uno studioso e l’altro, rimangono notevoli. L’area: il nord del subcontinente indiano, ma senza confini precisi. Non lasciarono oggetti né immagini. Lasciarono soltanto parole. Versi e formule che scandivano rituali. Meticolose trattazioni che descrivevano e spiegavano quegli stessi rituali. Al centro dei quali appariva una pianta inebriante, il soma, che ancora oggi non è stata identificata con sicurezza. Già allora ne parlavano come di una cosa del passato. Apparentemente non riuscivano più a trovarla.

L’India vedica non ebbe una Semiramide né una Nefertiti. E neppure un Hammurabi o un Ramses II. Nessun De Mille è riuscito a metterla in scena. Fu la civiltà dove l’invisibile prevaleva sul visibile. Come poche altre, fu esposta a essere incompresa. Per capirla, è inutile ricorrere agli eventi, che non hanno lasciato tracce. Rimangono solo testi: il Veda, il Sapere. Composto di inni, invocazioni, scongiuri, in versi. Di formule e prescrizioni rituali, in prosa. I versi sono incastonati in momenti delle complicatissime azioni rituali. Le quali vanno dalla doppia libagione, agnihotra, che il capofamiglia è tenuto a compiere da solo, ogni giorno, per quasi tutta la vita, fino al sacrificio più imponente – il « sacrificio del cavallo », asvamedha -, che implica la partecipazione di centinaia e centinaia di uomini e animali.

Gli Arya («i nobili », così gli uomini vedici chiamavano se stessi) ignorarono la storia con una insolenza che non ha uguali nelle vicende di altre grandi civiltà. Dei loro re conosciamo i nomi soltanto attraverso accenni nel Rgveda e aneddoti narrati nei Brāhmaņa e nelle Upanișad. Non si preoccuparono di lasciare memoria delle loro conquiste. E anche negli episodi di cui è giunta notizia non si tratta tanto di imprese – belliche o amministrative –, ma di conoscenza.
Se parlavano di « atti » , pensavano soprattutto ad atti rituali. Non meraviglia che non abbiano fondato –né abbiano mai tentato di fondare – un impero. Preferirono pensare qual è l’essenza della sovranità. La trovarono nella sua duplicità, nel suo spartirsi fra brahmani e kșatriya, fra sacerdoti e guerrieri, auctoritas e potestas. Sono le due chiavi, senza le quali nulla si apre, su nulla si regna. Tutta la storia può essere considerata sotto l’angolo dei loro rapporti, che incessantemente mutano, si aggiustano, si occultano – nelle aquile bicipiti, nelle chiavi di san Pietro. C’è sempre una tensione, che oscilla fra l’armonia e il conflitto mortale. Su quella diarchia e sulle sue inesauribili conseguenze la civiltà vedica si è concentrata con la più alta e sottile chiaroveggenza.

Il culto era affidato ai brahmani. Il governo agli kșatriya. Su questo fondamento si erigeva il resto. Ma, come tutto ciò che accadeva sulla terra, anche quel rapporto aveva il suo modello in cielo. Anche lì c’erano un re e un sacerdote: Indra era il re, Bŗhaspati il brahmano dei Deva, il cappellano degli dèi. E solo l’alleanza fra Indra e Bŗhaspati poteva garantire la vita sulla terra. Però fra i due si interponeva subito un terzo personaggio: Soma, l’oggetto del desiderio. Un altro re e un succo inebriante. Che si sarebbe comportato in modo irrispettoso ed elusivo verso i due rappresentanti della sovranità. Indra, che si era battuto per conquistare il soma, alla fine ne sarebbe stato escluso dagli stessi dèi a cui lo aveva donato. E Bŗhaspati, l’inavvicinabile brahmano dalla voce di tuono, «nato nella nuvola»? Il re Soma, « tracotante per la eminente sovranità che aveva raggiunto », rapì sua moglie Tārā e si congiunse con lei, che dal suo seme generò Budha. Quando il figlio nacque, lo depose su un letto di erba muñja. Brahmā allora chiese a Tārā (e fu l’acme della vergogna): « Figlia mia, dimmi, questo è il figlio di Bŗhaspati o di Soma?». Allora Tārā dovette riconoscere che era figlio del re Soma, altrimenti nessuna donna sarebbe stata creduta in futuro (ma qualche ripercussione della vicenda continuò a trasmettersi, di eone in eone). E ci fu bisogno di una feroce guerra fra i Deva e gli Asura, gli antidèi, perché Soma si convincesse alla fine a restituire Tārā a Bŗhaspati. Dice il ŗgveda: «Tremenda è la moglie del brahmano, se viene rapita; ciò crea disordine nel cielo supremo ». Tanto doveva bastare per gli improvvidi umani, che talvolta si domandavano perché e intorno a che cosa si battessero i Deva con gli Asura nel cielo, in quelle loro sempre rinnovate battaglie. Ora lo avrebbero saputo: per una donna. Per la donna più pericolosa: per la moglie del primo fra i brahmani.

Roberto Calasso
“L’ARDORE”
Biblioteca Adelphi 563
2010 Adelphi edizioni

Albert Camus

La levata, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo… questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto, un giorno, sorge il “perché” e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore.

“Comincia”, questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo.

Albert Camus, Il mito di Sisifo

Jiddu Krishnamurti

Si può vivere senza sforzo in questo mondo folle?
Una delle cose più difficili da imparare è la comunicazione. Questa parola implica che condividiamo un elemento comune, che pensiamo insieme a un problema: non si tratta solo di ricevere, ma di condividere, di creare insieme. “Comunicazione” sottintende proprio questo: prendere in considerazione un fattore comune a tutti ed esaminarlo da vicino, cioè condividerlo. Approfondiremo insieme alcuni aspetti, il che significa che voi prenderete parte al problema, non vi limiterete a ricevere; non si tratta di discutere animatamente, di concordare o dissentire, ma di esaminare insieme. La responsabilità è tanto vostra quanto di chi vi parla. Dovete partecipare a ciò di cui discorriamo perché è un problema che tocca tutti gli esseri umani, che vivano in America, in Russia o dove preferite. Il problema riguarda il cambiamento.
Viaggiando per il mondo si nota ovunque la stessa cosa: la necessità di una rivoluzione straordinaria. Non una rivoluzione fisica – non si tratta di lanciare bombe, di spargere sangue o di insorgere – perché tutte le rivoluzioni materiali si concludono con una dittatura burocratica o con la tirannia di qualcuno. Questo è un fatto storico di cui non c’è nemmeno da discutere. Quello di cui dobbiamo parlare è la rivoluzione interiore. Non possiamo certo andare avanti così dal punto di vista psicologico. Devono intervenire cambiamenti vasti e profondi, non solo nella struttura esteriore della società ma anche in noi stessi, poiché la società in cui viviamo, la cultura nella quale siamo cresciuti sono parte di noi. La struttura sociale e la cultura sono ciò che noi abbiamo creato. Quindi noi siamo la cultura e la cultura è quello che siamo noi. Noi siamo il mondo e il mondo è noi. Se siete nati all’interno di una certa cultura, voi rappresentate quella cultura, ne fate parte, e per cambiarne la struttura dovete cambiare voi stessi.
Una mente confusa, che ha inclinazioni ideologiche o convinzioni profonde, non può certo modificare la struttura sociale o provocarne il cambiamento, perché l’attore stesso è confuso. Per questa ragione tutto quanto egli fa si risolve in confusione; penso che questo sia abbastanza chiaro. Voglio dire: voi siete il mondo, non in un senso astratto, non come idea, ma per davvero. Siete la cultura in cui vivete. Voi siete il mondo e il mondo è voi. E se anche cambiaste l’intera struttura sociale – e ne ha veramente bisogno – partendo dalla vostra confusione, dal vostro settarismo, dalle vostre convinzioni o dai vostri ideali meschini, limitati, ristretti, otterreste solo altro caos e altra miseria.
Il problema è dunque se sia possibile che nella mente umana avvenga un cambiamento radicale, un cambiamento che non sia il risultato di un processo analitico, che non si compia nel tempo, ma che sia piuttosto immediato. È possibile per la mente umana, e quindi per noi, produrre una rivoluzione psicologica interiore? Ecco quello che esamineremo, che condivideremo.
Per condividere non ci devono essere né maestro né discepolo. Il guru non può certo condividere, può solo istruire. E io non sono il vostro guru, non sono la vostra autorità, non vi sto mostrando ciò che dovete fare. Ciò che ci interessa è esaminare e comprendere il problema enorme e complesso di produrre un cambiamento sociale, perché la società è terribilmente corrotta; ci sono enormi ingiustizie, guerre, brutalità e violenze di ogni genere. E gli esseri umani che vivono in una certa cultura, in una data società, ne fanno parte. Quindi, per produrre un cambiamento radicale, deve esserci una rivoluzione nella psiche, dentro di noi.

Jiddu Krishnamurti
La rivoluzione interiore
Arnoldo Mondadori 2009

 


 

La Consapevolezza

La consapevolezza è la soluzione dei nostri problemi; dobbiamo sperimentare e scoprirne la verità. Sarebbe follia accettare semplicemente; accettare non è comprendere. L’accettazione o la non accettazione è un atto volontario che impedisce la sperimentazione e la comprensione. La comprensione che nasce dalla sperimentazione e dalla conoscenza di sé porta fiducia.
Questa fiducia si potrebbe chiamare fede. Non è la fede dello sciocco, non è fede in qualcosa. L’ignoranza può avere fede nella saggezza, il buio nella luce, la crudeltà nell’amore, ma questa fede è sempre ignoranza. La fiducia, o fede, di cui parlo viene attraverso la sperimentazione e la conoscenza di sé, non attraverso l’accettazione e la speranza.
La fiducia in se stessi che molti hanno è il risultato dell’ignoranza, degli ottenimenti, dell’autocelebrazione o delle loro capacità. La fiducia di cui sto parlando è comprensione; non ‘io capisco’, ma comprendere senza identificazione con l’io. La fiducia o fede in qualcosa, per quanto nobile, produce solo ostinazione, e l’ostinazione è un’altra parola per credulità.
L’intelligente ha distrutto la fede cieca; ma, quando si trova in un grave conflitto o nella sofferenza, accetta la fede o diventa cinico. Credere non equivale a essere religiosi; avere fede in qualcosa creato dalla mente non è essere aperti a ciò che è reale.
La fiducia viene in essere, non può essere fabbricata dalla mente; la fiducia viene con la sperimentazione e la scoperta; non la sperimentazione attraverso credenze, teorie o ricordi, ma la sperimentazione per mezzo della conoscenza di sé. Questa fiducia, o fede, non deriva dalla volontà e non si identifica con credenze, formule o speranze. Non è il prodotto dell’espansione del desiderio. Nella sperimentazione tramite la consapevolezza c’è uno scoprire che, nel suo comprendere, è liberante. Questa conoscenza di sé attraverso la consapevolezza passiva avviene momento per momento, senza accumulazione; è infinitamente e realmente creativa. Attraverso la consapevolezza viene la vulnerabilità alla verità.
Discorso pubblico, 5 maggio 1946.

Jiddu Krishnamurti, “Riflessioni sull’io” 2009
Ubaldini Editore Roma

Piero Paolicchi

Bisogna essere intelligenti per avere il senso dello propria limitazione, delle manchevolezze e, magari, qualche volta, della propria imbecillità. Giuseppe Prezzolini

(Leggere I. = Imbecillità e i. = imbecille)
Affrontiamo ora direttamente il problema dell’I. per quanto concerne le strutture e i processi mentali che la sottendono. Il funzionamento mentale dell’i. è di tipo apparentemente intelligente, o meglio similintelligente, esattamente come quello di un computer. Come un computer, l’i. dispone di programmi, ma li può usare soltanto in modo automatico, meramente esecutivo e riproduttivo. Un modo totalmente diverso da quello che gli esseri umani sono costretti ad adottare nella vita reale, che richiede capacità di innovazione, creatività, capacità critica e autocritica: caratteristiche assenti in tutte le forme di riproduzione artificiale della realtà umana, sia in quelle attuali sia in quelle immaginabili in futuro. Tutte mancano e mancheranno infatti sempre di quella parte della realtà stessa che è la vita, di cui l’intelligenza è la massima espressione, così come l’I e l’intelligenza artificiale ne sono una grigia caricatura. Un robot, anche perfetto (anzi proprio se perfetto), messo in circolazione in mezzo alla gente comune nella vita reale, apparirebbe con certezza i., perché incapace, a differenza di un essere umano, di farsi venire dei dubbi su come sta procedendo, di deviare dai percorsi per cui è programmato, e magari di farsi cacciare da scuola come accadde a un Edison e a molti altri, ma mai a un i. Questi anzi trovano spesso nel sistema dell’istruzione il luogo ideale di inserimento fino ai livelli più elevati. Se dunque si realizzasse qualcosa che replicasse appieno l’intelligenza umana, si sarebbe semplicemente prodotto un essere umano reale: ma allora due baldi giovani, purché di sesso diverso, sono capaci di farlo non solo più rapidamente, ma con sforzi minori e ampiamente compensati dal gusto che ne ricaverebbero.
Gli aspetti cognitivi dell’I. possono essere puntualmente definiti sulla scorta del contributo chiarificatore di un esperto come il professor Legrenzi. Gli i. hanno capacità di funzionamento normali a quello che egli definisce, non senza un’involontaria ironia, il livello 0 di intelligenza, che consiste nella capacità di rappresentarsi un futuro in cui agire con uno scopo da raggiungere, di programmare cosa fare per raggiungerlo, e di attuare tale programma. Hanno invece in misura minima, se non nulla come i computer, la capacità di operare al livello 1, cioè di costruirsi un modello del proprio stesso modello precedente; in termini meno tecnici, sono incapaci di autoriflessione, di autocoscienza. Allo stesso modo, negli i. sono scarsissime, o assenti come nei computer, capacità di operare al livello 2 di intelligenza, cioè di costruirsi un modello dei modelli mentali altrui, e confrontarli con il proprio; in termini meno tecnici, mancano di intelligenza sociale, quella che permette il confronto tra i punti di vista delle diverse persone. L’I, possiamo concludere col sostegno dell’illustre collega, è la mancanza della capacità di porsi domande e avere dubbi sui propri programmi di azione, di porli a confronto con quelli degli altri e sottoporre anche questi ultimi a un vaglio critico, e quindi di non persistere con tetra pertinacia a prendere per buone idee sballate, proprie o altrui.
I processi mentali degli i. sono lineari, privi di volute e di spessore; gli i. galleggiano nel mare del pensiero come le bucce e i sugheri sull’acqua, seguendo le variabili correnti superficiali, incapaci di uscirne con impennate verso l’alto o tuffi in profondità. Il pensiero i. è sempre solo normale, canonico, si muove in direzioni già definite. È a-critico, a-dialettico, non consente quindi il dialogo, il dissenso e il dubbio. Come ci dicono i termini, ‘discorso’ e ‘dialogo’ implicano distinzioni, passaggi, contrapposizioni, che sono l’essenza dell’intelligenza umana: pensare è discutere, con gli altri o con se stessi, come ci spiega un grande saggio di Billig,(“) tradotto ma non si sa quanto letto anche in italiano. Il pensiero i. è invece sempre interno a un sistema chiuso: perciò gli i. possono eseguire, anche con ottimi risultati, operazioni di pensiero convergente, in cui la soluzione di un problema va ricercata lungo binari precostituiti e rigidi, attraverso definizioni fisse e applicazioni meccaniche, come nel pensiero burocratico; mentre non riescono affatto a funzionare nel pensiero divergente, creativo, dalla produzione di una battuta umoristica a quella di un’opera d’arte o di un’innovazione in campo scientifico. Il pensiero i. potrebbe quindi essere definito come assenza di quella capacità di cui sono particolarmente dotati gli artisti, gli inventori, i grandi visionari capaci di cogliere, nelle pieghe della realtà, un qualche aspetto che sfugge al modo di vedere della maggioranza, considerato invece sacro dagli i. Ad essi è quindi negata la possibilità di abbandonare la via su cui si muovono, di trans-gredire, di spingersi nel terreno del nuovo, del diverso. Non a caso gli i. infittiscono le file dei ‘credenti’ in tutto ciò che sia stato canonizzato da una qualche autorità, religiosa, politica, o semplicemente mediatici, fosse pure della più sgangherata TV locale. Seguono fedelmente le indicazioni di un qualche santone, o di una delle infinite “scuole di pensiero” che hanno alla loro origine un fondatore leggendario, anche quando questo abbia fatto del dubbio sistematico lo strumento principe del suo messaggio, come Freud: che poi scivolava almeno momentaneamente lui pure nell’I. quando condannava l’uso di tale strumento da parte di altri nei confronti delle sue idee.
La visione che gli i. hanno del mondo è unica e monolitica, o articolata manicheamente secondo opposizioni nette e fisse tra vero e falso, bene e male. Per dirla col vecchio Piaget, essi sono incapaci del decentramento (rispetto al proprio punto di vista) necessario per tenere presenti insieme le molteplici verità da cui scaturiscono sia le forme semplici di negoziazione poste in essere nella vita quotidiana di relazione con gli altri e i loro punti di vista, sia le forme complesse come la creatività artistica e scientifica o il pensiero filosofico. Non a caso tutte queste hanno il loro punto di partenza nel dubbio, nella sospensione del giudizio, nell’accettazione della pluralità dei punti di vista. Persino in campo scientifico, come affermava lo stesso Einstein, la scoperta è possibile quando il ricercatore abbandona tutte le certezze e i percorsi di ricerca precedenti e assume un atteggiamento ecletticamente e liberamente giocoso nei loro confronti. I non i., che non sono solo gli artisti, inventori o visionari, rivelano comunque tale capacità nel quotidiano, dissentendo, discutendo, e soprattutto scherzando e ironizzando. L’assenza di umorismo e ironia è anzi uno dei principali indicatori del pensiero i. L’uno e l’altra infatti richiedono un’almeno elementare capacità di muoversi contemporaneamente su due livelli di realtà: quello dei dati di fatto, vincolati alla logica, e quello del loro rovesciamento, che tuttavia appare frutto non di un abbandono della logica, ma di un suo uso giocoso, eppure significativo. Si potrebbe anzi dire che, come accade nel Judo, l’umorismo e l’ironia atterrano almeno momentaneamente la logica sfruttando la sua stessa forza d’inerzia. Un esempio tanto simpatico quanto calzante, almeno fino al momento in cui i calzoni si calzavano secondo regole di genere, è la storiella riferita da Arieti sul bambino che mentre osserva da un buco nella palizzata un campo di nudisti, alla madre che domanda se sono maschi o femmine risponde: “non si sa, sono nudi”.
Per quanto sopra osservato, il pensiero i. è anche astorico, funziona in un eterno presente. La prospettiva storica richiede infatti due elementi estranei al pensiero i. Il primo è l’abbandono di spiegazioni causali meccaniche e lineari a favore di interpretazioni in cui i fatti sono contestualizzati e assumono un significato e un valore sempre e solo locale, per cui non se ne possono desumere leggi universali e verità assolute. Il secondo è la capacità di tenere contemporaneamente presenti un passato e un presente connessi tra loro ma anche distinti e in grado di illuminarsi reciprocamente in una relazione non causale e lineare, ma dialettica. Da entrambi tali elementi discende una forma di conoscenza del mondo come continua ri-costruzione in se stessi e co-costruzione con gli altri, che rende provvisorio e parziale qualsiasi punto di vista, compreso il proprio. Quest’ultimo non è più la linea di difesa contro nemici o infedeli, ma la zona di contatto con punti di vista diversi che possono svilupparsi ciascuno nel rispetto per gli altri. Il disinteresse per la conoscenza storica è quindi uno dei migliori indicatori della diffusione dell’l. in una cultura, come sta accadendo nel momento presente, e la carenza di cultura storica nella scuola è una delle più gravi perdite inflitte…

Piero Paolicchi, “Il fattore i – Per una teoria generale dell’imbecillità”
Felici editore

Roland Barthes

Se produttori e consumatori dell’indumento avessero una coscienza identica, l’indumento non si comprerebbe (e non si produrrebbe) che secondo i tempi lentissimi della sua usura. La moda, come tutte le mode, poggia su una disparità delle due coscienze: l’una deve essere estranea all’altra. Per obnubilare la coscienza contabile del compratore è necessario stendere davanti all’oggetto un velo di immagini, di ragioni, di senso, insomma creare un simulacro dell’oggetto reale, sostituendo al tempo greve dell’usura un tempo sovrano, libero di distruggersi da solo in un atto di potlach* annuale.

Roland Barthes
Sistema della Moda (trad. Lidia Lonzi)
Einaudi, Torino 1970

*Il potlatch è un esempio di economia del dono, una festa in cui gli ospitanti mostrano la loro ricchezza e la loro importanza attraverso la distribuzione dei loro possessi, spingendo così i partecipanti a contraccambiare quando terranno il loro potlatch. Benché questo tipo di scambio sia ampiamente praticato in tutto il pianeta il potlatch è l’esempio antropologico maggiormente conosciuto di questo fenomeno.

Benjamin Libet
“Il punto cruciale è che noi abbiamo un controllo cosciente sul reale compimento dei processi volontari iniziati in modo non cosciente. Siamo, quindi, responsabili delle nostre scelte di controllo coscienti, ma non degli impulsi che si iniziano inconsciamente e che precedono le nostre decisioni coscienti.”

“Lo studio del cervello può mostrare ciò che vanno facendo le cellule nervose e altri aspetti del genere, ma non c’è nulla in tutto questo che mostri o descriva alcuna esperienza soggettiva. È anche probabile che molti fenomeni mentali non abbiano una base neurale diretta ed è anche possibile che la volontà cosciente non obbedisca sempre alle leggi del mondo fisico. Potremmo quindi accontentarci di sapere in quale modo l’esperienza soggettiva è collegata alle attività cerebrali, ma non poter essere in grado di spiegare perché o come l’esperienza soggettiva possa essere prodotta dalle attività cerebrali, non più di quanto possiamo spiegare perché la gravità è una proprietà della materia. Accettiamo che ciascuna categoria fondamentale di fenomeni esista e siamo fiduciosi di poter studiare la sua relazione con altri sistemi senza sapere perché esistano tali relazioni ”

Benjamin Libet
Mind Time, il fattore temporale della coscienza
2007 Raffaello Cortina Editore

Karl R. Popper

L’arte della critica maieutica di Socrate, versus l’induzione di Aristotele

Tuttavia, ciò che qui ci interessa è l’ottimistica epistemologia di Pla­tone, la teoria dell’anamnésis del Menone. Ritengo che essa contenga non solo i germi dell’intellettualismo di Descartes, ma anche i germi della teoria dell’induzione di Aristotele e soprattutto di quella di Bacone.
Infatti lo schiavo di Menone è aiutato tramite le avvedute domande di Socrate a ricordare, o riconquistare, la conoscenza dimenticata che la sua anima possedeva nel suo stato di omniscienza, precedente la na­scita. Credo che sia a questo famoso metodo socratico, chiamato nel Teeteto l’arte ostetrica o maieutica, che si riferisse Aristotele quando affermò che Socrate era l’inventore del metodo dell’induzione’.

Desidero suggerire che Aristotele, e anche Bacone, con “induzione” non intendevano tanto il procedimento per inferire leggi universali dal­l’osservazione di casi particolari, quanto piuttosto un metodo grazie al quale siamo guidati al punto nel quale possiamo intuire o percepire l’essenza o la vera natura di una cosa. Ma questo, come si è visto, è precisamente lo scopo della maieutica di Socrate: il suo fine è di aiutar­ci o di guidarci all’ anamnésis, e l’ anamnésis consiste nella capacità di scorgere la vera natura o essenza di una cosa, la natura o essenza della quale noi eravamo a conoscenza prima della nascita, prima della nostra caduta dallo stato di grazia. Così lo scopo dei due metodi, la maieutica e l’induzione, è il medesimo. (Incidentalmente, Aristotele insegnò che il risultato di un’induzione – l’intuizione dell’essenza – doveva essere espresso tramite una definizione di quell’essenza).

Ora guardiamo più da vicino questi due procedimenti. L’arte maieu­tica di Socrate consiste, in ultima analisi, nell’avanzare questioni volte a distruggere i pregiudizi; false credenze che spesso sono credenze tra­dizionali o alla moda; false risposte, fornite con lo spirito della presun­zione ignorante. Lo stesso Socrate non pretendeva di conoscere. Il suo atteggiamento è descritto da Aristotele con queste parole: «Socrate sol­levava questioni, ma non forniva risposte; infatti confessava di non sa­pere». In tal modo la maieutica di Socrate non costituisce un arte finalizzata ad insegnare qualche credenza, ma un arte che cerca di purgare o ripulire l’anima dalle sue false credenze, dalla conoscenza apparente, dai suoi pregiudizi. Consegue questo risultato insegnandoci a mettere in dubbio le nostre convinzioni.

Karl R. Popper
Il mondo di Parmenide (alla scoperta della filosofia presocratica)
1998 edizioni Piemme Spa

Rudyard Kipling

Se

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti la perdono intorno a te, dandone a te la colpa; se riuscirai ad aver fede in te quando
tutti dubitano,
e mettendo in conto anche il loro dubitare; se riuscirai ad attendere senza stancarti nell’attesa,
se, calunniato, non perderai tempo
con le calunnie,
o se, odiato, non ti farai prendere dall’odio, senza apparir però troppo buono
o troppo saggio;
se riuscirai a sognare senza che il sogno sia il padrone;
se riuscirai a pensare senza che pensare sia il tuo scopo,
se riuscirai ad affrontare il successo
e l’insuccesso
trattando quei due impostori allo stesso modo;
se riuscirai a riascoltare la verità
da te espressa
distorta da furfanti per intrappolarvi
gli ingenui,
o a veder crollare le cose per cui dai
la tua vita
e a chinarti per rimetterle insieme
con mezzi di ripiego;
se riuscirai ad ammucchiare tutte
le tue vincite
e a giocartele in un sol colpo a testa-e-croce, e a perdere ed a ricominciar tutto daccapo, senza mai fiatare e dir nulla delle perdite; se riuscirai a costringere cuore, nervi
e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire
ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te tranne la volontà che ingiunge: “Tieni duro!”; se riuscirai a parlare alle folle serbando
le tue virtù,
o a passeggiar coi re e non perdere il tuo fare ordinario;
se né i nemici né i cari amici riusciranno a colpirti,
se tutti contano per te, ma nessuno
mai troppo;
se riuscirai a riempire l’attimo inesorabile e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene, e – quel che è più – tu sarai un Uomo, ragazzo mio!

Rudyard Kipling
“Lettera Al Figlio”
(1910)
Poesie
Traduzione di Tommaso Pisanti
Roma, Newton & Compton, 1995

Friedrich Nietzsche

Dell’amore del Prossimo.

Voi vi affollate attorno al prossimo e avete belle pa¬role per questo vostro affollarvi. Ma io vi dico: “il vostro amore del prossimo è il vostro cattivo amore per voi stessi.”
Voi fuggite verso il prossimo fuggendo voi stessi, e di ciò vorreste fare una virtù: ma io leggo dentro il vostro “disinteresse”.
Il tu è più antico dell’io; il tu è stato santificato, ma non ancora l’io: così l’uomo accorre ad affollarsi attorno al prossimo.
Forse che io vi consiglio l’amore del prossimo? Preferisco consigliarvi la fuga dal prossimo e l’amore per il remoto!
Più elevato dell’amore del prossimo è l’amore del re¬moto e futuro; più elevato dell’amore per gli uomini è l’amore per le cose e i fantasmi. .
Il fantasma che corre via davanti a te, fratello, è più bello di te: perché non gli dài la tua carne e le tue ossa? Ma tu hai paura e fuggi presso il tuo prossimo.
Non riuscite a sopportare voi stessi e non vi amate abbastanza: ora volete sedurre il prossimo all’amore e trasfigurarvi nel suo errore.
lo vorrei che non sopportaste ogni tipo di prossimo e di suoi vicini; così sareste costretti a creare, traendolo da voi stessi, il vostro amico e il suo cuore traboccante.
Quando volete parlar bene di voi, vi procurate un testimonio; e quando l’avete sedotto a pensar bene di voi, allora anche voi pensate bene di voi stessi.
Non mente soltanto colui che parla contro ciò che sa, ma più ancora colui che parla contro ciò che non sa. E così voi parlate tra voi, e insieme a voi ingannate il vicino.
Così parla il folle: «Il contatto con gli uomini rovina il carattere, specie se non si ha carattere».
Chi va dal prossimo, perché cerca se stesso e chi perché vorrebbe perdersi. Il vostro cattivo amore di voi stessi vi trasforma la solitudine in un carcere.
I più lontani devono scontare il vostro amore del pros¬simo; e già quando siete radunati in cinque, deve sempre morire un sesto. Nemmeno, io amo le vostre feste: vi ho sempre trovato troppo commedianti, e anche gli spettatori si comportavano spesso come commedianti. lo non vi insegno il prossimo, bensì l’amico. L’amico sia per voi la festa della terra e un presentimento del superuomo. lo vi insegno l’amico e il cuore riboccante. Ma bisogna saper essere spugna, se si vuoI essere amati da cuori riboccanti. lo vi insegno l’amico, nel quale il mondo si trova compiuto, una coppa del bene l’amico che crea, che ha sempre da donare un mondo compiuto.
E come il mondo ruotando si è di spiegato per lui, così pure ruotando tornerà ad avvolgersi in anelli per lui, in quanto divenire del bene mediante il male, divenire degli scopi dalla casualità.
Il futuro e ciò che sta in remota lontananza sia la causa del tuo oggi: nel tuo amico devi amare il superuomo come causa di te.
Amici, non l’amore del prossimo vi consiglio: io vi consiglio l’amore del remoto.
Così parlò Zarathustra.

Friedrich Nietzsche
Da “ Così parlò Zarathustra” Un libro per tutti e per nessuno
Edizione Adelphi 1979 – pag. 70

Kahlil Gibran

Il vostro pensiero e il mio
Il vostro pensiero è un albero profondamente radicato nel suolo della tradizione, i cui rami crescono nel potere della continuità.
Il mio pensiero è una nube che vaga nello spazio. Si muta in gocce che, cadendo, formano un ruscello che corre cantando verso il mare. Poi si solleva in vapori nel cielo.
Il vostro pensiero è una fortezza che né burrasca né lampi possono scuotere.
Il mio pensiero è una tenera foglia che ondeggia in ogni direzione e trae diletto dal proprio ondeggiare.
Il vostro pensiero è un antico dogma che non può trasformarvi, né voi potete cambiarlo.
Il mio pensiero è nuovo, e mi mette alla prova, e io lo metto alla prova mattina e sera.
Voi avete il vostro pensiero e io ho il mio.
Il vostro pensiero vi consente di credere nella lotta impari dei forti contro i deboli, e nell’inganno perpetrato dagli astuti a danno dei più semplici.
Il mio pensiero crea in me il desiderio di coltivare la terra con la mia zappa, e di mietere il grano con la mia falce, e di costruire la mia casa con pietre e malta, e di tessere i miei abiti con fili di lana e di lino.
Il vostro pensiero vi stimola a perseguire ricchezza e onori.
Il mio raccomanda di fare affidamento sulle proprie forze.
Il vostro pensiero caldeggia la fama e l’ostentazione.
Il mio mi consiglia e m’implora di disprezzare la notorietà, considerandola alla stregua di un granello di sabbia affiorato sulla spiaggia dell’Eternità.
Il vostro pensiero instilla nel vostro cuore arroganza e senso di superiorità.
Il mio semina dentro di me l’amore della pace e il desiderio d’indipendenza.
Il vostro pensiero genera sogni di palazzi con mobili di sandalo decorati di gemme, e letti tessuti di fili di seta intrecciati.
Il mio pensiero mi sussurra dolcemente all’orecchio: «Sii pulito nel corpo e nello spirito, anche se non hai un luogo dove appoggiare la testa».
Il vostro pensiero vi fa aspirare a onori e cariche.
Il mio mi esorta a servire umilmente.
Voi avete il vostro pensiero e io ho il mio.
Il vostro pensiero è scienza sociale, è un dizionario religioso e politico.
Il mio è un semplice assioma.
Il vostro pensiero distingue donne belle, brutte, virtuose, corrotte, intelligenti, sciocche.
Il mio vede in ogni donna la madre, la sorella, la figlia di un qualsiasi uomo.
I vostri pensieri riguardano ladri, criminali, assassini.
Nei miei pensieri, i ladri sono le creature del monopolio, i criminali sono il prodotto della tirannia, e gli assassini sono affini alle vittime.
Il vostro pensiero descrive leggi, tribunali, giudici, castighi.
Il mio spiega che l’uomo, quando formula una legge, o la trasgredisce o le obbedisce. Se c’è una legge fondamentale, siamo tutti uguali di fronte ad essa. Colui che disdegna i meschini è meschino a sua volta. Colui che ostenta disprezzo per i peccatori ostenta disprezzo per tutta l’umanità.
Voi ragionate in termini di esperti, artisti, intellettuali, filosofi, preti.
lo vedo uomini che amano e che provano sentimenti, vedo uomini sinceri, uomini onesti, uomini retti, vedo uomini generosi, vedo dei martiri.
Il vostro pensiero difende la causa del giudaismo, del brahmanesimo, del buddhismo, del cristianesimo, dell’islamismo.
Nel mio pensiero c’è un’unica religione universale, le cui diverse vie non sono che le dita della mano amorosa dell’Essere Supremo.
Nel vostro pensiero ci sono i ricchi, i poveri, e coloro che si sono ridotti in miseria.
Il mio pensiero ritiene non ci siano altre ricchezze che la vita; siamo tutti mendicanti, e non esistono benefattori se non la vita stessa.
Voi avete il vostro pensiero e io ho il mio.
Secondo il vostro pensiero, la grandezza di una nazione consiste nella sua politica, nei suoi partiti, nelle sue conferenze, nelle sue alleanze, nei suoi trattati.
Il mio proclama invece che l’importanza delle nazioni consiste nel lavoro — lavoro dei campi, lavoro nelle vigne, lavoro al telaio, lavoro nelle concerie, lavoro nelle miniere, lavoro nelle falegnamerie, lavoro d’ufficio, lavoro ai torchi di stampa.
Il vostro pensiero ritiene che la gloria delle nazioni sia nei loro eroi. Canta le lodi di Ramses, Alessandro, Cesare, Annibale, Napoleone.
Ma il mio proclama che i veri eroi sono Confucio, Lao-Tse, Socrate, Platone, Abi Taleb, AlGhazzali, Gialal ad-Din Rumi, Copernico, Pasteur.
Il vostro pensiero vede il potere negli eserciti, nei cannoni, nelle navi da guerra, nei sottomarini, negli aeroplani, nei gas venefici.
Ma il mio asserisce che il potere sta nella ragione, nella determinazione, nella verità. Per quanto a lungo duri il tiranno, alla fine sarà sconfitto.
Il vostro pensiero distingue tra pragmatisti e idealisti, tra la parte e il tutto, tra mistici e materialisti.
Il mio comprende che la Vita è una e i suoi pesi, le sue misure e le sue tabelle non coincidono con i vostri pesi, le vostre misure, le vostre tabelle. Colui che supponete idealista può essere, invece, un uomo pratico.
Voi avete il vostro pensiero, io ho il mio.
Il vostro pensiero s’interessa di rovine e musei, mummie e oggetti pietrificati.
Il mio aleggia nella bruma e nelle nubi che continuamente si rinnovano.
Il vostro pensiero siede su un trono di teschi. Poiché ne andate orgogliosi, lo cingete anche di un alone di gloria.
Il mio pensiero vaga nelle valli oscure e remote. Il vostro pensiero fa squillare le trombe mentre danzate.
Il mio preferisce l’angoscia della morte alla vostra musica e alle vostre danze.
Il vostro pensiero è il pensiero del pettegolezzo e dei falsi piaceri.
Il mio è il pensiero di colui che è smarrito nel proprio paese, straniero nella propria nazione, solitario trai propri congiunti e amici.
Voi avete il vostro pensiero, io ho il mio.

Kahlil Gibran, “Massime Spirituali” 1994
Mondadori – Oscar piccoli saggi

Alexander Lowen

Prima parte

Di solito non si definisce la nevrosi come paura della vita, ma è proprio questo che è: il nevrotico ha paura di aprire il proprio cuore all’amore, paura di scoprirsi o di farsi valere, paura di essere pienamente se stesso. Possiamo spiegare queste paure da un punto di vista psicologico: aprendo il proprio cuore all’amore, si diventa vulnerabili alle ferite; scoprendosi, ci si espone al rifiuto; facendosi valere, si rischia di essere distrutti. Ma questo problema ha un’altra dimensione. Per un individuo, avere una vita più intensa o più sensazioni di quanto non sia abituato è fonte di paura, perché ciò minaccia di schiacciare il suo Io, di oltrepassare i suoi limiti e di indebolire la sua identità. Essere più vivi e avere più sentimenti fa paura. Una volta mi sono occupato di un giovane che presentava una forte insensibilità corporea. Era teso e contratto, gli occhi erano spenti, il colorito terreo, la respirazione superficiale. Grazie a una respirazione più profonda e ad alcuni esercizi terapeutici, il suo corpo acquistò una maggiore sensibilità. Gli occhi gli brillavano, il colorito si ravvivò, provò sensazioni stimolanti in alcune parti del corpo e le gambe cominciarono a vibrare. Ma allora, mi disse: “Questa è troppa vita. Non posso resistere”.
Credo che, in gradi diversi, siamo tutti nella situazione di questo giovane. Vogliamo essere più vivi e sentire di più, ma ne abbiamo paura. La nostra paura della vita si rivela nel nostro continuo affaccendarci per non sentire: corriamo per non affrontare noi stessi, ci diamo ai liquori o alle droghe per non percepire il nostro essere. Poiché abbiamo paura della vita, cerchiamo di controllarla o di dominarla. Crediamo che essere trasportati dalle emozioni sia nocivo o pericoloso. Ammiriamo le persone calme, che agiscono senza emozionarsi. Il nostro eroe è James Bond, agente segreto 007. Nella nostra cultura si dà importanza all’azione, al fatto compiuto. L’individuo moderno è tenuto ad avere successo, non a essere una persona. Egli appartiene alla ‘generazione attiva’ il cui motto è fare di più, ma sentire di meno. Questo atteggiamento caratterizza gran parte della sessualità moderna: più azione, ma meno passione.
A prescindere da quanto bravi possiamo essere nel lavoro, come persone siamo un fallimento, e io credo che la maggior parte di noi senta il fallimento dentro di sé. Percepiamo indistintamente il dolore, l’angoscia, e la disperazione esistenti appena sotto la superficie, ma siamo decisi a vincere la debolezza, a superare le paure e sormontare le angosce. Per questo i libri su come migliorare se stessi o su come fare una data cosa sono così popolari. Purtroppo, questi sforzi sono destinati a fallire perché essere una persona non è qualcosa che si può fare; non è un atto definito: è un qualcosa che ci obbliga a interrompere il nostro lavoro frenetico, a prendere il tempo di respirare e sentire. Questo può farci sentire dolore, ma se abbiamo il coraggio di accettarlo, proveremo anche piacere. Se sappiamo far fronte al nostro vuoto interiore, riusciremo a realizzarci. Se siamo in grado di andare in fondo alla nostra disperazione, scopriremo la gioia. E in questa impresa terapeutica abbiamo bisogno di aiuto.

Seconda parte

È destino dell’uomo moderno essere nevrotico, avere paura della vita? La mia risposta è sì, se consideriamo l’uomo moderno appartenente a una cultura i cui valori dominanti sono il potere e il progresso. Poiché questi valori caratterizzano la civiltà occidentale nel ventesimo secolo, ne risulta che ogni persona che vive in questa civiltà è nevrotica.
L’individuo nevrotico è in conflitto con se stesso. Una parte del suo essere cerca di dominarne un’altra. Il suo Io tenta di sottomettere il corpo; il suo pensiero razionale, di controllare le emozioni; la sua volontà, di superare paure e angosce. Sebbene questo conflitto sia per lo più inconscio, il suo effetto è di esaurire le energie di una persona e di distruggere la pace della mente. La nevrosi è conflitto interno. Il carattere nevrotico assume forme diverse, ma tutte implicano una lotta all’interno dell’individuo tra quello che è e quello che crede di essere. Tutti i nevrotici sono coinvolti in questa lotta.
Come nasce questo stato di conflitto interno? Perché è destino dell’uomo moderno soffrirne? Nel caso individuale la nevrosi nasce nel contesto familiare. Ma la situazione familiare riflette quella culturale, perché la famiglia è soggetta a tutte le forze della società a cui appartiene. Per capire le condizioni esistenziali dell’uomo moderno e per conoscerne il destino, dobbiamo cercare le cause del conflitto nella nostra cultura.
Conosciamo bene alcuni conflitti nella nostra cultura. Per esempio, parliamo di pace, ma prepariamo la guerra. Difendiamo la conservazione della natura, ma sfruttiamo spietatamente le risorse naturali della terra per ottenere ricchezza. I nostri obiettivi sono il potere e il progresso, eppure vogliamo il piacere, la serenità e la stabilità. Non ci rendiamo conto che potere e piacere sono valori opposti e che spesso il primo rende impossibile il secondo. Il potere conduce a una lotta che spesso oppone il padre al figlio, il fratello al fratello. È una forza separatrice in una comunità. Il progresso implica un’attività costante per trasformare il vecchio in nuovo, con la convinzione che il nuovo sia sempre superiore al vecchio. Anche se questo può essere vero in alcuni settori tecnici, si tratta di una convinzione pericolosa. Generalizzando, ciò implica che il figlio sia superiore al padre o che la tradizione sia semplicemente il peso morto del passato. Ci sono culture in cui dominano altri valori, dove il rispetto del passato e della tradizione è più importante del desiderio di cambiamento. In queste culture il conflitto è minimizzato e la nevrosi rara.
I genitori, come rappresentanti della cultura, hanno la responsabilità di infondere i propri valori ai figli. Esigono da loro atteggiamenti e comportamenti destinati a inserirli nella matrice sociale e culturale. Da una parte il bambino oppone resistenza a queste richieste perché equivalgono a un addomesticamento della sua natura animale. Per diventare parte del sistema, deve essere domato. D’altra parte il bambino desidera conformarsi a queste esigenze per ottenere l’amore e l’approvazione dei genitori. Il risultato dipende dalla natura delle richieste e dal modo in cui sono imposte. Con l’amore e la comprensione è possibile insegnare al bambino le abitudini e le regole di una cultura senza soggiogare il suo spirito. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, il processo di adattamento del bambino alla cultura indebolisce la sua personalità, e ciò lo rende nevrotico e timoroso della vita.
Il problema essenziale nel processo di adattamento culturale è il controllo della sessualità. Non c’è cultura che non imponga un freno al comportamento sessuale. Questo controllo sembra necessario per impedire che si sviluppino contrasti all’interno della comunità. Gli esseri umani sono creature gelose e inclini alla violenza. Anche nella maggior parte delle società primitive il legame del matrimonio è sacro. Ma i conflitti che nascono da simirestrizioni sono estranei alla personalità. Nella civiltà occidentale, la norma è di far sentire in colpa una persona per le sue sensazioni sessuali e per pratiche sessuali come la masturbazione, che non minacciano in nessun modo la pace delle comunità. Quando senso di colpa o vergogna si associano ai sentimenti, il conflitto è interiorizzato e crea il carattere nevrotico.

Alexander Lowen, introduzione a: “Paura di vivere di Alexander Lowen”
1982 Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma

Giorgio Gaber

Se ci fosse un uomo
un uomo nuovo e forte
forte nel guardare sorridente
la sua oscura realtà del presente.

Se ci fosse un uomo…

Forte di una tendenza senza nome
se non quella di umana elevazione
forte come una vita che è in attesa
di una rinascita improvvisa.

Se ci fosse un uomo.

Se ci fosse un uomo generoso e forte
forte nel gestire ciò che ha intorno
senza intaccare il suo equilibrio interno
forte nell’odiare l’arroganza
di chi esibisce una falsa coscienza
forte nel custodire con impegno
la parte più viva del suo sogno
se ci fosse un uomo.

Se ci fosse un uomo.

Questo nostro mondo ormai è impazzito
e diventa sempre più volgare
popolato da un assurdo mito
che è il potere.
Questo nostro mondo è avido e incapace
sempre in corsa e sempre più infelice
popolato da un bisogno estremo
e da una smania vuota che sarebbe vita
se ci fosse un uomo.

Se ci fosse un uomo.
Se ci fosse un uomo.

Allora si potrebbe immaginare
un umanesimo nuovo
con la speranza di veder morire
questo nostro medioevo
col desiderio che in una terra sconosciuta
ci sia di nuovo l’uomo al centro della vita.

Allora si potrebbe immaginare un neo rinascimento
un individuo tutto da inventare
in continuo movimento.
Con la certezza
che in un futuro non lontano
al centro della vita ci sia di nuovo l’uomo.

Un uomo affascinato da uno spazio vuoto che va ancora popolato.
Popolato da corpi e da anime gioiose che sanno entrare di slancio nel cuore delle cose
popolato di fervore e di gente innamorata ma che crede all’amore come una cosa concreta
popolato da un uomo che ha scelto il suo cammino senza gesti clamorosi per sentirsi qualcuno
popolato da chi vive senza alcuna ipocrisia col rispetto di se stesso e della propria pulizia.
Uno spazio vuoto che va ancora popolato.
Popolato da un uomo talmente vero che non ha la presunzione di abbracciare il mondo intero
popolato da chi crede nell’individualismo ma combatte con forza qualsiasi forma di egoismo
popolato da chi odia il potere e i suoi eccessi ma che apprezza un potere esercitato su se stessi
popolato da chi ignora il passato e il futuro e che inizia la sua storia dal punto zero.
Uno spazio vuoto che va ancora popolato.
Popolato da chi è certo che la donna e l’uomo siano il grande motore del cammino umano
popolato da un bisogno che diventa l’espressione
di un gran senso religioso ma non di religione
popolato da chi crede in una fede sconosciuta dov’è la morte che scompare quando appare la vita
popolato da un uomo cui non basta il crocefisso ma che cerca di trovare un Dio dentro se stesso.

Allora si potrebbe immaginare
un umanesimo nuovo
con la speranza di veder morire
questo nostro medioevo
col desiderio
che in una terra sconosciuta
ci sia di nuovo l’uomo
al centro della vita.

Con la certezza
che in un futuro non lontano
al centro della vita
ci sia di nuovo l’uomo.

Giorgio Gaber, “Se ci fosse un uomo” di Gaber – Luporini – cd “io non mi sento italiano” 2003 1999 © P. A.

Erich Fromm

Un uomo è considerato attivo se fa affari, studia medicina, lavora, costruisce o pratica uno sport. Comune a tutte queste attività è il fatto che sono volte a conquistare una mèta. Ciò di cui non si tiene conto, è la causa di ogni attività. Prendete per esempio un uomo spinto verso il lavoro incessante da un senso di profonda insicurezza e solitudine; o un altro guidato dall’ambizione o dalla brama di ricchezza. In tutti questi casi la persona è schiava di una passione, e la sua attività in realtà è una « passività », poiché è guidata: è la « vittima », e non l’« attore ».

D’altro canto, un uomo che se ne sta inerte a contemplare, senza scopo né fine tranne quello di arricchire la propria esperienza e la propria unità col mondo, è considerato « passivo », perché non fa niente. In realtà, questo atteggiamento di meditazione è la più alta attività che esista un’attività dell’anima, che è possibile solo in una condizione di intima libertà e indipendenza. Un concetto moderno di attività si riferisce all’uso dell’energia per raggiungere scopi esterni; l’altro concetto di attività si riferisce all’uso dei poteri inerenti all’uomo, senza tener conto di qualsiasi cambiamento esterno. Questa seconda teoria è stata espressa nel modo più chiaro da Spinoza. Egli distingue gli affetti in attivi e passivi, « azioni » e « passioni ». Nella funzione di un affetto attivo, l’uomo è libero, è padrone del suo affetto; nella funzione di un affetto passivo, l’uomo è oggetto di eventi di cui lui stesso non si rende conto. così Spinoza arriva alla conclusione che la virtù e il potere sono una unica cosa, la stessa cosa. Invidia, gelosia, ambizione, bramosia, sono passioni; l’amore è un’azione, un potere umano che può essere praticato solo in libertà, e non è la conseguenza di una costrizione. L’amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa. Il suo carattere attivo può essere sintetizzato nel concetto che amore è soprattutto « dare » e non ricevere.

Che cosa significa dare? La risposta sembra semplice, ma in realtà è piena di ambiguità e di complicazioni. Il malinteso piú comune è che dare significhi « cedere » qualcosa, essere privati, sacrificare. La persona il cui carattere non si è sviluppato oltre la fase ricettiva ed esplorativa, sente l’atto di dare in questo modo. Il « tipo commerciale » è disposto a dare, ma solo in cambio di ciò che riceve; dare senza ricevere, per lui significa essere ingannato. La gente arida sente il dare come un impoverimento’ La maggior parte degli individui di questo tipo, di solito si rifiuta di dare. Alcuni trasformano in sacrificio l’atto di dare. Sentono che solo per il fatto che è penoso dare, si dovrebbe dare; la virtù, per loro, sta nell’accettare il sacrificio. Per loro, la regola che è meglio dare anziché ricevere significa che è meglio soffrire la privazione piuttosto che provare la gioia.”

Erich Fromm, “L’arte di amare”
p.36/37 Ediz. il Saggiatore Milano ottobre 1979

G. I. Gurdjieff

Esci una sera sotto il vasto cielo stellato, alza gli occhi a quei milioni di mondi sopra la tua testa. Forse su ognuno di essi formicolano miliardi di esseri simili a te, persino superiori a te per costituzione. Guarda la Via Lattea. In quell’infinità, la Terra non può nemmeno essere considerata un granello di sabbia. La Terra vi si dissolve, sparisce, e con essa sparisci anche tu. Dove sei? Chi sei? Cosa vuoi? Dove vuoi andare? L’impresa cui ti stai accingendo non potrebbe essere pura follia?
Di fronte a tutti quei mondi, interrogati sui tuoi scopi e le tue speranze, sulle tue intenzioni e i mezzi per realizzarle, su ciò che si può esigere da te, e domandati fino a che punto sei preparato a rispondere. Ti attende un viaggio lungo e difficile; ti stai dirigendo verso un paese strano e sconosciuto. La strada è infinitamente lunga. Non sai se ti potrai riposare, né dove ciò sarà possibile. Devi prevedere il peggio. Devi prendere con te tutto ciò che è necessario per il viaggio.
Cerca di non dimenticare nulla, perché poi sarà troppo tardi per rimediare all’errore: non avrai tempo di ritornare a cercare ciò che hai dimenticato. Valuta le tue forze. Sono sufficienti per tutto il viaggio? Quando sarai in grado di partire?
Ricordati che più tempo passerai per strada, più avrai bisogno di portarti delle provviste, cosa che ritarderà ulteriormente la tua marcia, e allungherà pure la durata dei preparativi. E ogni minuto è prezioso. Una volta che ti sei deciso a partire, perché perdere tempo?
Non contare sulla possibilità di tornare. Questa esperienza potrebbe costarti carissima. La guida si è impegnata soltanto a condurti alla meta, non è obbligata a riaccompagnarti indietro. Sarai abbandonato a te stesso, e guai a te se ti infiacchisci o perdi la strada, potresti non ritornare mai più. E anche se la trovi, resta il problema: tornerai sano e salvo?
Ogni sorta di disavventure attendono il viaggiatore solitario che non conosce bene la via, né le regole di condotta che essa comporta. Tieni a mente che la tua vista ha la proprietà di presentarti gli oggetti lontani come se fossero vicini. Ingannato dalla prossimità della meta verso cui tendi, abbagliato dalla sua bellezza e non avendo misurato le tue forze, non noterai gli ostacoli sulla via; non vedrai i numerosi fossati che tagliano il sentiero. In mezzo a prati verdi cosparsi di splendidi fiori, l’erba alta nasconde un profondo precipizio. É molto facile inciampare e cadervi dentro, se gli occhi non sono attenti a ogni passo che stai per fare. Non dimenticarti di concentrare tutta la tua attenzione su ciò che ti sta immediatamente intorno. Non occuparti di mete lontane, se non vuoi cadere nel precipizio.
Però non dimenticare il tuo scopo. Ricordatene continuamente e mantieni vivo il desiderio di raggiungerlo, per non perdere la direzione giusta. E una volta partito, stai attento; ciò che hai oltrepassato, resta indietro e non si ripresenterà più: ciò che non osservi sul momento, non lo osserverai mai più.
Non essere troppo curioso, e non perdere tempo con ciò che attira la tua attenzione ma non ne vale la pena. Il tempo è prezioso, e non deve essere sprecato per cose che non sono direttamente in relazione con la tua meta.
Ricordati dove sei e perché sei lì. Non aver troppa cura di te, e rammenta che nessuno sforzo viene mai fatto invano.
E adesso puoi metterti in cammino.

G. I. Gurdjieff, “Vedute sul mondo reale”, Edizioni l’ottava 1985

Primo Levi

Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza.”

P. Levi, “Se questo è un uomo”, Einaudi, Torino 1966, p. 16.

Umberto Galimberti

L’anima, o caro,
si cura con certi incantesimi,
e questi incantesimi
sono i discorsi belli.
PLATONE, Carmide, 157a

Nella casa di psiche ha preso dimora un ospite inquietante che chiede, con una radicalità finora sconosciuta, il senso dell’esistenza. Gli altri ospiti, che già abitavano la casa, obiettano che la domanda è vecchia quanto il mondo, perché, dal giorno in cui sono nati, gli uomini hanno conosciuto il dolore, la miseria, la malattia, il disgusto, l’infelicità e persino il “disagio della civiltà” a cui prima le pratiche religiose, e poi quelle terapeutiche, con la psicoanalisi in prima fila, hanno tentato di porre rimedio.
L’ospite inquietante però insiste nel dire che nell’età della tecnica la domanda di senso è radicalmente diversa, perché non è più provocata dal prevalere del dolore sulle gioie della vita, ma dal fatto che la tecnica rimuove ogni senso che non si risolva nella pura funzionalità ed efficienza dei suoi apparati.
All’interno di questi apparati, l’individuo soffre per l’“insensatezza” del suo lavoro, per il suo sentirsi “soltanto un mezzo” nell’“universo dei mezzi”, senza che all’orizzonte appaia una finalità prossima o una finalità ultima in grado di conferire senso. Sembra infatti che la tecnica non abbia altro scopo se non il proprio autopotenziamento, per cui se nell’età pre-tecnologica la vita e il mondo apparivano privi di senso perché miserevoli, nell’età della tecnica la vita e il mondo appaiono miserevoli perché privi di senso. Di fronte a questa diagnosi, la psicoanalisi rivela tutta la sua impotenza, perché gli strumenti di cui dispone, se sono utilissimi per la comprensione delle dinamiche emotivo-relazionali e per i processi di simbolizzazione, sono inefficaci in ordine al tipo di insensatezza che caratterizza l’età della tecnica. La psicoanalisi, infatti, conosce il non-senso di una vita tormentata dalla sofferenza, ma non la sofferenza determinata dall’irreperibilità di un senso.
Qui occorre la pratica filosofica. Fin dal suo sorgere, la filosofia si è applicata alla ricerca di senso. E mentre la psicoanalisi, nei suoi momenti più alti, si è limitata a curare le sofferenze dell’anima provocate dalle condizioni del mondo, ottenendo come risultato una presa di distanza individuale dal vuoto di senso, la filosofia non ha mai esitato a mettere in questione il mondo, che oggi si identifica con la tecnica, in cui sono da reperire le radici dell’insensatezza.
Dall’insensatezza non si esce con una “cura”, perché il disagio non origina dall’individuo, ma dal suo essere inserito in uno scenario, quello tecnico, di cui gli sfugge la comprensione. E se il problema è la comprensione, gli strumenti filosofici sono gli unici idonei per orientarsi in un mondo il cui senso, per l’uomo, si sta facendo sempre più recondito e nascosto.

Prefazione di Umberto Galimberti al suo libro “La casa di psiche – Dalla psicanalisi alla pratica filosofica” Giangiacomo Feltrinelli, prima edizione nell’Universale Economica – SAGGI – gennaio 2008

Osho Rajneesh

Aspetta sempre il positivo. E non ti sto suggerendo la repressione. Non di­co: reprimi il negativo. Dico: guarda il negativo. Ricorda la differenza fra queste due cose: c’è una tremenda differenza. Non dico: caccia giù il ne­gativo, siediti ci sopra, dimenticalo, opponiti al negativo. No, non sto di­cendo questo. Non sto dicendo: quando sei arrabbiato, sorridi. Quel sor­riso è falso, brutto, artificiale. Non sorridere quando sei arrabbiato. Chiu­diti nella tua stanza. Mettiti di fronte a uno specchio e guarda la tua faccia adirata. Non c’è bisogno di mostrarla a nessun altro: è una cosa tua, è la tua energia, è la tua vita. E devi saper aspettare il momento giusto. Conti­nua a guardarti nello specchio, guarda la tua faccia paonazza, gli occhi iniettati di sangue, guarda l’omicida in te. Hai mai pensato che ciascuno si porta dentro un omicida? Anche tu ti porti dentro un omicida. Non pensa­re che l’omicida esista solo da qualche parte fuori di te, che l’omicida la qualcun altro, che sia uno che commette un omicidio. No. Tutti hanno in sé la possibilità di commettere un omicidio. Hai in te l’istinto suicida. Guardati nello specchio. Questi sono i tuoi climi interni, devi fare la loro conoscenza. E parte della crescita verso la conoscenza di sé. Dai tempi di Socrate ai giorni nostri hai sentito ripetere: “Conosci te stesso”. Questo è il modo di conoscere te stesso. Conoscere se stessi non significa sedere In silenzio, ripetendo internamente: io sono Brahman, io sono l’anima, io sono Dio, io sono questo o quest’altro, tutte sciocchezze. Conoscere se stessi significa conoscere tutti i propri climi, tutte le proprie possibilità: l’assassino, il peccatore, il criminale, il santo, la virtù., il dio, il diavolo; conoscere tutti i climi, l’intera gamma delle possibilità.

Conoscendola scoprirai dei segreti, delle chiavi. Vedrai che l’ira non può durare per sempre. Non hai mai fatto la prova. Prova! Se, quando sei so­praffatto dall’ira, non fai nulla, cosa succede? Forse che l’ira può restare in te per sempre? Nulla resta per sempre. La felicità viene e se ne va, l’in­felicità viene e se ne va. Non vedi che è semplicemente la legge delle co­se, che ogni cosa muti? Non vi è nulla di permanente. E allora perché aver fretta? Così come è venuta. l’ira se ne andrà. Aspetta, abbi un po’ di pa­zienza. Limitati a guardarti nello specchio e ad aspettare. Lascia che l’ira ti riempia, lascia che stravolga la tua faccia in una smorfia omicida, ma aspetta. Guarda. Non reprimere e non agire. Non agire, e presto vedrai la tua faccia ammorbidirsi, gli occhi farsi più dolci, l’energia cambiare, il maschio mutarsi nella femmina. E presto ti sentirai pieno di luce: la stessa vampa di rossore che era l’ira ora è divenuta una sorta di luminosità di grande bellezza, che aleggia sul tuo volto, nei tuoi occhi. Ora esci. E’ il momento di agire. Agisci quando sei in uno stato di positività. Ma non cercare di sollecitare la positività: lascia che si sviluppi da sé. Questo è quel che intendo con: impara a trasformare i tuoi veleni in miele.

Brani tratti dalla Collana Rajneesh, opuscolo n.4 “Quell’oscuro intervallo è l’amore” edizioni Re Nudo – maggio 1979

Carl Gustav Jung

In un periodo della storia umana in cui tutte le energie disponibili vengono spese nello studio della natura, ben poca attenzione è dedicata all’essenza dell’uomo, cioè alla sua psiche, benché non poche ricerche siano condotte intorno alle sue funzioni inconsce. Eppure la zona veramente complessa e meno familiare della mente, quella da cui scaturiscono i simboli, resta tuttora praticamente da esplorare. Sembra quasi incredibile che, pur ricevendone segnali ogni notte, la decifrazione di queste comunicazioni sembri compito ingrato e fastidioso per la maggior parte di noi, pochissimi esclusi. Il maggior strumento di cui dispone l’uomo, la psiche, è oggetto di scarsa attenzione e viene spesso disprezzato e considerato vano. « E’ solo una questione psicologica » molto spesso significa semplicemente: non vale nulla……
…… Noi non abbiamo più il diritto di considerarci tanto onnipotenti da porci come giudici dei meriti o dei demeriti dei fenomeni naturali. Noi non fondiamo più la botanica sull’antiquata divisione fra piante utili e piante inutili, o la zoologia sull’ingenua distinzione fra animali inermi e animali pericolosi. Eppure continuiamo a trastullarci col concetto che la coscienza rappresenti il senso e l’inconscio il non senso. In sede scientifica una opinione come questa verrebbe subito scartata per la sua ridicola inconsistenza. Forse si può dire che i microbi abbiano o non abbiano senso?

Brani tratti da Carl Gustav Jung “L’uomo e i suoi simboli” edizione Tea 1992

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