La radice della violenza non risiede semplicemente nell’aggressività, che è un istinto naturale presente in ogni essere vivente. L’aggressività, se integrata e compresa, può persino essere una forza vitale, un’energia di affermazione, di difesa, di costruzione. La violenza, invece, nasce da un vuoto: dall’assenza di presenza interiore. È il gesto di chi ha perso il contatto con se stesso, con il proprio sentire profondo, con la propria umanità.
Quando dentro non abita nessuno, tutto diventa possibile. L’individuo, disabitato, agisce come un automa, reagendo meccanicamente a stimoli, frustrazioni, ferite mai comprese. La violenza è allora una forma estrema di anestesia spirituale: colpire l’altro diventa un modo per non sentire il proprio vuoto. Non è solo un problema di educazione, perché l’educazione, se non accompagna una crescita della coscienza, si riduce a un addestramento di buone maniere, una facciata che crolla alla prima crisi.
Parlare di mancanza di empatia e compassione è giusto, ma è ancora un passo intermedio. Non si può provare empatia se non si è capaci di percepire se stessi. Non si può essere compassionevoli se non si è mai sentito il proprio dolore, la propria fragilità. La compassione non nasce da un dovere morale, ma da una risonanza interiore: riconosco nell’altro la stessa sostanza che vibra in me. Se non la sento in me, non posso vederla in lui.
Da qui l’equivoco moderno: si confonde l’amore per se stessi con il narcisismo. Ma sono l’esatto contrario. Il narcisismo è l’amore per un’immagine, per la maschera che si indossa per non affrontare la propria realtà interiore. È la fuga dalla verità di sé, mentre l’amore per se stessi è l’incontro con quella verità, anche quando fa male. È la capacità di guardarsi con occhi lucidi, accettare il proprio limite e, proprio per questo, aprirsi agli altri.
Solo chi ha imparato ad amarsi nel senso profondo del termine, cioè a riconoscere la propria essenza e a prendersene cura, può comprendere e rispettare la vita negli altri. La violenza, invece, è il gesto cieco di chi non ha radici interiori, di chi non sente più il proprio essere, di chi si muove nel mondo come una macchina ferita che cerca di ripararsi distruggendo ciò che incontra.
Per questo ogni tentativo di “educare alla non violenza” resta superficiale se non passa da un lavoro di consapevolezza. La pace non si insegna, si incarna. E la si incarna solo quando si riconosce la propria interiorità come luogo sacro, non inviolabile ma vivo. In quel momento l’aggressività torna a essere energia vitale, e la violenza perde terreno, perché dove c’è presenza, non c’è più paura, e dove non c’è paura, la violenza non trova più radici.
Sauro Tronconi