Addestriamo, poi piangiamo

Si continua a educare come si addestra un cavallo. Quando un uomo uccide una donna, emerge il prodotto di quel metodo: possesso, obbedienza, premio e punizione, non responsabilità e reciprocità.

Il problema è a monte. Se nella casa interiore non abita nessuno, o abita una pluralità di personalità narcisistiche, tutto entra e tutto condiziona. Serve un’unità interiore che sappia abitare la propria anima. Questo richiede educazione alla presenza: nominare ciò che si sente, regolare l’attivazione, tenere insieme corpo, emozione e pensiero. Da qui nascono relazioni non proprietarie.

Il cambio di rotta passa da azioni semplici: insegnare consenso fin dall’infanzia; educare al no e all’ascolto del no; nominare la violenza maschile senza eufemismi; lavorare con i ragazzi su emozioni, vergogna e potere; smontare il modello dell’uomo proprietario in famiglia, a scuola e nei media. Alle ragazze vanno forniti strumenti e reti di protezione; ai ragazzi vanno richiesti impegno e limiti chiari.

Servono anche strumenti per l’evoluzione interiore: alfabetizzazione emotiva quotidiana; pratiche brevi di respirazione consapevole; diario di realtà per distinguere fatti, emozioni e interpretazioni; gruppi di parola misti con regole chiare; supervisione per educatori; allenamento all’empatia operativa. Nelle scuole occorrono ore stabili di educazione affettiva, nei luoghi di lavoro protocolli contro controllo e umiliazioni, nei servizi territoriali spazi continuativi per uomini che chiedono aiuto prima dell’escalation.

Amore significa libertà reciproca. Libertà significa responsabilità. Le istituzioni devono garantire formazione nei luoghi di crescita, protezione rapida per chi denuncia, sanzioni efficaci, monitoraggio pubblico dei risultati.

Smettere di addestrare e tornare a educare. Meno controllo, più rispetto, confini chiari. Così si salva una vita alla volta, costruendo persone capaci di abitare se stesse.
Sauro Tronconi

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