Tempo, dipendenza e identificazione

Il tempo non è solo quello degli orologi. C’è un tempo psicologico che ci giudica, ci confronta, ci mette in classifica. È la voce che ripete: sei in ritardo, stai perdendo qualcosa, non ne hai mai abbastanza. Così il fluire naturale degli eventi si trasforma in una sostanza tossica che ci tiene legati all’idea di dover essere sempre efficienti, sempre “sul pezzo”.

La dipendenza dal tempo nasce quando non riusciamo più a stare nel presente senza trasformarlo subito in investimento per il futuro o bilancio del passato. Ogni istante diventa un mezzo, mai un fine. A quel punto il tempo si comporta come una droga: più cerco di controllarlo, più sento di perderlo, più cerco di riempirlo, più mi sembra insufficiente. La vita si riempie di eventi, ma si svuota di esperienza. Non ricordo davvero ciò che ho vissuto perché non c’ero, ero identificato con ciò che facevo o temevo, non con chi ero mentre lo vivevo.

C’è anche un altro livello, più sottile. La nostra epoca ha convinto intere generazioni che esista una sola vita, breve, da ottimizzare al massimo. Questo crea una corsa continua a ruoli, conferme, visibilità. L’orizzonte della coscienza si restringe al ciclo nascita studio lavoro pensione, e tutto il resto viene archiviato come favola spirituale. Se penso di avere solo questa parentesi tra due nulla, la tentazione è spremerla, non comprenderla.

Il lavoro sul tempo non è un problema di agenda, ma di sguardo. La stessa ora può essere una prigione o un laboratorio. Se la vivo in automatico è solo un fotogramma incollato agli altri. Se, anche solo per pochi istanti, porto attenzione al respiro, alla postura, al movimento dell’attenzione, quella stessa ora cambia qualità. Non cambia ciò che accade fuori, cambia il modo in cui io ci sono dentro.

In un sistema che tenta di riempire fino all’orlo ogni spazio di attenzione, uno degli atti più intelligenti è imparare a restare in un tempo non pieno, a non cedere subito alla compulsione del fare. È una forma di digiuno temporale: creare momenti in cui non devo produrre, dimostrare, performare. Solo esserci. Recuperare il diritto a istanti che non esistono per nessun calendario e per nessun curriculum, ma solo per la coscienza che se ne accorge.

Sauro Tronconi

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