PSICOSI TEMPORALE

Non è il tempo che manca, è l’ipnosi del tempo che occupa la mente. Una trance collettiva: scadenze, icone luminose, campanelli digitali. Si forma assuefazione al ritmo esterno; quando il flusso si spegne arriva l’astinenza con i suoi sintomi minimi, irritazione, colpa vaga, fame di stimoli. La chiameremo psicosi da temporalità: Kronos interiorizzato che pretende sacrifici in minuti.

Sul piano dei segni il meccanismo è semplice: la notifica non informa, convoca; il numeretto rosso non conta, ordina; la barra di avanzamento funziona come una piccola liturgia. La velocità diventa virtù, il “subito” si fa teologia quotidiana. Così l’io scambia il calendario per identità, confonde urgenza con importanza, misura il valore in tick.

Gli esiti non sono misteriosi: ansia perenne da allarme tiepido, depressione da ricompensa logorata, perdita di senso perché il nesso tra gesto e scopo si allenta. Gurdjieff avrebbe sorriso amaro: uomo automatico dormiente, eterodiretto da un metronomo che non sa di suonare.

Il punto non è aggiungere ore, è riconoscere chi scrive la partitura del nostro battito. Se l’attenzione risponde a ogni segnale come un riflesso, il tempo non è più un mezzo, è un idolo. La domanda vera resta una sola: a chi appartiene la regia dei nostri minuti.

Sauro Tronconi 

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