L’ANIMALE CHE HA TROPPO ACCELERATO

Cronache della sesta estinzione di massa

L’evoluzione, vista da lontano, somiglia a un volo cieco: non segue un progetto, non conosce scopi, non concede garanzie. Produce forme, le prova nel mondo, poi le lascia cadere quando il contesto cambia. La maggioranza dei tentativi non arriva al traguardo. Le stime più citate indicano che oltre il 99,9 per cento delle specie che sono mai esistite oggi è estinto.

E anche quando una specie “funziona”, non dura per sempre: spesso si parla di una vita media nell’ordine di 1 a 10 milioni di anni, con enormi variazioni tra gruppi diversi.

Dentro questa regola brutale, Homo sapiens è un evento giovane. Il conto “200 mila anni” è diventato stretto: reperti e datazioni collegati al sito di Jebel Irhoud in Marocco hanno spinto l’origine della nostra linea verso circa 315 mila anni fa, con un margine di errore dichiarato.

Poche centinaia di migliaia di anni sono un battito di ciglia su scala geologica, e in teoria dovrebbero corrispondere alla fase in cui una specie impara a stare nel suo ecosistema. Nel nostro caso è successo qualcosa di diverso: non ci siamo limitati ad abitare un ambiente, abbiamo iniziato a riscriverlo.

Qui nasce un sospetto inquietante: forse la nostra intelligenza non è soltanto un vantaggio adattivo, forse è anche un moltiplicatore di rischio. Non perché “pensare” sia un peccato, ma perché la potenza cresce più in fretta della maturità che dovrebbe governarla. Un cervello costruito per la savana, per tribù piccole, per pericoli immediati, oggi decide dentro sistemi planetari, mercati globali, reti di informazione che premiano l’eccesso, tecnologie che trasformano in azione qualunque impulso.

L’indizio più concreto non è una profezia, è un inventario: la biodiversità sta perdendo stabilità. La valutazione globale IPBES stima che, su circa 8 milioni di specie animali e vegetali, intorno a 1 milione sia minacciato di estinzione.

Nello stesso quadro, IPBES afferma che il tasso globale di estinzione è già almeno “decine o centinaia di volte” superiore alla media degli ultimi 10 milioni di anni, e sta accelerando.

Se si guarda alle popolazioni, non solo alle estinzioni “ufficiali”, arriva un altro numero che fa male: il Living Planet Index 2024, basato su quasi 35.000 serie di popolazioni di vertebrati, riporta un calo medio del 73 per cento tra 1970 e 2020.

Questi numeri non dicono che l’umanità sia “vicina all’estinzione” in senso tecnico, né che domani mattina spariremo. Dicono qualcosa di più sottile e più pratico: il sistema che ci mantiene in vita sta diventando meno affidabile, più fragile, più costoso da riparare. E quando una specie rende instabile la propria base ecologica, comincia una fase che somiglia a una pre-estinzione: non una condanna scritta, ma una configurazione pericolosa, in cui piccoli shock producono grandi conseguenze.

Il punto chiave è che la nostra specie ha introdotto un tipo di pericolo che l’evoluzione “classica” incontra raramente: il pericolo interno. Un asteroide arriva dall’esterno e non si può negoziare. Una tecnologia, un’ideologia, un algoritmo di persuasione di massa, una scelta economica sistemica, queste cose arrivano da dentro, e possono crescere più velocemente delle capacità che servono per contenerle.

L’intelligenza, in questo senso, non è automaticamente evolutiva. È una macchina di immaginazione, un generatore di scenari, un’abilità di cooperare su larga scala. Tutto utile, finché resta legato a limiti, tempi lunghi, verifica. Quando si stacca da questi tre elementi, diventa una fabbrica di illusioni operative: si costruiscono mondi mentali, poi si usano come scuse per forzare il mondo reale.

C’è anche un dettaglio psicologico che vale più di mille discorsi morali: la mente umana non è un blocco unico. È una coalizione di parti, spesso in conflitto, con desideri che cambiano a seconda dell’umore, del gruppo di appartenenza, della paura del momento. Nel villaggio questo produce drammi, nel pianeta produce politiche incoerenti, reazioni a scatti, incapacità di mantenere promesse. Più complessità esterna significa più occasioni per far vincere la parte peggiore di noi, quella che vuole risultati rapidi, nemici semplici, narrazioni comode.

Se l’evoluzione è un volo cieco, allora non premia le buone intenzioni. Seleziona chi regge la realtà. Oggi la realtà chiede tre mosse, molto poco romantiche.

Prima: contabilità della realtà, perché se distruggere un ecosistema resta conveniente, lo si farà anche con i migliori slogan. Seconda: igiene dell’attenzione, perché l’attenzione è la leva con cui si governa il comportamento, e senza disciplina attentiva si diventa manovrabili. Terza: governance dei moltiplicatori, perché le tecnologie che amplificano potere, velocità e scala non possono essere lasciate alla somma degli impulsi.

In questo scenario la domanda non è se siamo intelligenti. La domanda è se possiamo diventare affidabili, abbastanza in fretta. Perché una specie giovane, capace di raccontarsi storie e costruire strumenti, può anche firmare la propria instabilità con una calligrafia perfetta. E la natura, che non legge le nostre intenzioni, timbra solo i risultati.

Sauro Tronconi

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