La misura della realtà non è un concetto astratto, non è una teoria elegante, non è un grafico con tre curve che si incrociano in modo rassicurante. La misura della realtà è quella cosa che spinge a scappare, a distrarsi, a obliarsi. E siccome l’umanità ama l’onestà solo quando è già passata la paura, conviene dirlo senza poesia, la misura è la sofferenza, la caducità, l’entropia, il lento consumo di tutto ciò che vive, compresi i buoni propositi del lunedì.
Il punto è che questa misura non si presenta come un grande annuncio con trombe e fuochi d’artificio. Si presenta come dettaglio. Un dolore minimo che non era previsto. Una stanchezza che non se ne va. Una telefonata che cambia il tono della giornata. Un oggetto che si rompe proprio quando serviva. Un viso nello specchio che non collabora più con la propaganda ufficiale dell’eterna giovinezza. La realtà lavora così, con la pazienza di un impiegato comunale dell’universo, timbra, archivia, procede. E quando l’entropia fa il suo mestiere, non lo fa per cattiveria, lo fa per contratto.
A quel punto entra in scena la grande industria della fuga. Non è un complotto, è un servizio. C’è chi propone “massimi sistemi” per non vedere le minime crepe. Sistemi perfetti, cosmologie portatili, metafisiche pieghevoli, da mettere in tasca come un ombrello. A volte sono sofisticati, con parole rare e bibliografie intimidatorie, a volte sono popolari, con tre slogan e un sorriso che promette la pace interiore in formato famiglia. Il risultato è simile, una distanza di sicurezza dalla realtà, come se il vero problema non fosse la morte, ma l’imbarazzo di parlarne senza rovinare l’aperitivo.
Il meccanismo è semplice. Quando la realtà punge, l’uomo moderno non si chiede cosa sta accadendo, si chiede con quale app può anestetizzarlo. Se non c’è, la si inventa. Si compra un dispositivo che misura il sonno, poi non si dorme perché bisogna controllare il punteggio del sonno. Si compra un corso per “gestire l’ansia”, poi aumenta l’ansia perché bisogna gestire bene la gestione. Si medita per “staccare la mente”, poi si torna dalla meditazione con l’elenco delle prestazioni spirituali, oggi presenza 7 su 10, domani si punta all’8, con abbonamento annuale.
E mentre ci si allena alla fuga, l’entropia continua a fare la sua. Qui sta la comicità tragica. L’uomo si affanna a costruire un palazzo di idee per non vedere che il terreno si muove, e poi si stupisce quando il palazzo scricchiola. Si parla di “energia”, di “vibrazioni”, di “manifestazione”, e intanto il corpo chiede acqua, riposo, un gesto più umano, una verità più piccola. La realtà non è contro le idee, è solo indifferente. Le idee sono spesso il modo più elegante di non guardare ciò che è evidente.
C’è un equivoco ricorrente. Molti credono che “osservare il vero” significhi diventare pessimisti. In realtà è il contrario. Il pessimismo è spesso una forma di immaginazione che si crede realismo, una fantasia scura ben pettinata. Osservare il vero significa ridurre il teatro interno, non ingrandirlo. Significa smettere di trattare la vita come una tesi da difendere. Significa riconoscere che sofferenza e caducità non sono errori di sistema, sono il sistema. Non per questo bisogna amarle, basta non trasformarle in un’ingiustizia personale, come se l’universo avesse qualcosa contro un singolo individuo, magari proprio quello che stava finalmente “capendo tutto”.
La morte, poi, è il grande scandalo solo per chi ha firmato, senza leggerlo, il contratto dell’illusione. È buffo, l’uomo si comporta come se l’immortalità fosse un diritto acquisito, poi quando scopre che non lo è, fa causa alla realtà. Ma la realtà non risponde alle email. Non apre ticket. Non concede proroghe. Se proprio bisogna darle un merito, è coerente.
Il paradosso è che questa coerenza, se guardata bene, può diventare una forma di libertà. Non una libertà romantica, non quella dei poster motivazionali, una libertà asciutta. Sapere che tutto cambia, che tutto si consuma, costringe a scegliere cosa vale. Se il tempo è finito, la domanda non è “come faccio a non morire”, la domanda è “come faccio a non vivere da assente”. E qui i massimi sistemi mostrano la loro ironia, promettono di spiegare l’universo e intanto non riescono a spiegare perché si rimanda una telefonata importante, perché si evitano due parole sincere, perché si passa un’intera serata a scorrere immagini di vite altrui come se la propria fosse in pausa pubblicitaria.
Osservare il vero, allora, non è una posa filosofica. È una profilassi contro lo sconforto improvviso, quello che arriva quando l’inevitabile bussa e trova la casa piena di rumore, piena di oggetti, piena di distrazioni, ma vuota di presenza. Non serve diventare cupi, serve diventare precisi. La realtà si regge su cose banali, respirare, mangiare, dormire, lavorare, amare, perdere, riprovare. Chi vuole capire la realtà senza farsi ingannare dalle fantasie allucinatorie dovrebbe iniziare da qui, dalla banalità, che è l’unico luogo dove la verità non ha bisogno di travestimenti.
E poi, già che c’è, conviene prendersi anche il diritto di ridere. Non una risata per scappare, una risata per vedere meglio. L’uomo che si crede immortale è comico, l’uomo che si finge invulnerabile è comico, l’uomo che usa parole complicate per evitare una semplice paura è comico. Ridere di questo non è cinismo, è igiene mentale. Perché se la misura della realtà è la sofferenza e la caducità, la misura dell’intelligenza, spesso, è la capacità di restare presenti senza recitare, e di non trasformare l’inevitabile in un melodramma di seconda mano.
Sauro Tronconi