C’è una scena che si ripete ogni giorno, con l’affidabilità di un semaforo: l’umano contemporaneo guarda uno schermo e chiama quel gesto “stare al mondo”. Non è solo dipendenza, non è solo moda, è una conseguenza elegante di un fatto imbarazzante: ciò che lui chiama realtà è già, in larga misura, una costruzione.
La neuroscienza, con modi meno letterari e più crudeli, lo dice da tempo: la percezione non è una fotografia fedele del mondo, è un’ipotesi che il cervello aggiorna di continuo, usando previsione e correzione. In certe formulazioni divulgative, si arriva a parlare di “allucinazione controllata”, cioè un’esperienza costruita, tenuta a bada dai segnali sensoriali e dal corpo.  In altre parole, il mondo non arriva “così com’è”, arriva già tradotto, con sottotitoli scritti in fretta dal sistema nervoso.
Se questa è la base, il salto verso il virtuale digitale non è un tradimento metafisico. È una continuità, un aggiornamento del servizio: stessa struttura di traduzione, solo con una sorgente di stimoli progettata per essere irresistibile e a basso rischio. Il cervello, che non è un filosofo ma un amministratore di condominio energetico, apprezza la soluzione.
Qui entra in scena l’automatico, quello che nelle autobiografie morali viene accusato di tutto, dalla pigrizia alle guerre puniche. In realtà l’automatico è più banale: cerca sicurezza, risparmio, prevedibilità. Se può evitare la materia, che pesa, resiste, sporca, si rompe, presenta conseguenze, lo fa volentieri. Non perché la materia sia cattiva, ma perché è seria. Lo schermo, invece, è un mondo che concede molte emozioni e poche ferite, una realtà con assicurazione inclusa.
A rendere il tutto ancora più interessante c’è la questione del tempo. Non è solo “noia”, è una fame temporale, un bisogno di riempire la durata per non sentirla. E qui la tecnologia offre un buffet infinito: frammenti, clip, scorrimenti, cambi continui. Il paradosso è che questa strategia, pensata per combattere la noia, può intensificarla. Una serie di esperimenti su quello che viene chiamato digital switching, cioè passare rapidamente da un contenuto all’altro o saltare dentro lo stesso contenuto, suggerisce che più si cambia per evitare la noia, più la noia cresce.  E una sintesi più ampia sul tema propone che la frammentazione dell’attenzione e l’aumento delle aspettative di ingaggio rendano la vita ordinaria, quella non montata, sempre meno “sufficientemente interessante”. 
Il quadro si chiude con un dettaglio che rovina molte narrazioni consolatorie: anche quando dorme, l’essere umano non smette di produrre esperienza. Il cinema interno continua. La ricerca sul sogno mostra che esperienze oniriche possono comparire anche nel sonno non REM, e che si possono individuare correlati neurali legati alla presenza o assenza di sogno, in particolare in aree posteriori della corteccia.  Dunque il problema non è che “il virtuale arriva e ci ipnotizza”, è che la mente è già una fabbrica di mondi, e quando trova un fornitore esterno efficiente, lo assume.
A questo punto, la parola “illuminazione” cambia sapore. In certi discorsi mistici sembra l’accesso a un retrobottega cosmico, la realtà vera dietro la scenografia. In una lettura più asciutta, e meno redditizia per i venditori di miracoli, potrebbe essere una trasformazione del rapporto con il proprio modello di realtà: meno identificazione con la narrazione automatica, meno bisogno di riempire ogni fessura, più contatto con ciò che regge l’esperienza, corpo, percezione, attenzione. Alcuni studi su meditazione e cervello, per esempio, associano la pratica a una riduzione dell’attività della default mode network durante la meditazione, rete spesso collegata a pensiero auto riferito e mind wandering.  Questo non prova alcuna metafisica, descrive un cambio di assetto: l’io narrante perde volume, l’esperienza guadagna spazio.
Il punto ironico, quasi comico, è che l’uomo moderno cerca la realtà “vera” mentre vive in una realtà già tradotta, e intanto ne aggiunge un’altra, digitale, ancora più comoda. Poi si stupisce se il contatto con la materia gli sembra faticoso, se il tempo nudo lo irrita, se il silenzio gli pare un errore di connessione. Non è un peccato, è una scelta implicita che nessuno ha firmato, e proprio per questo è così facile da rinnovare ogni giorno.
Sauro Tronconi