La forza degli Dei – Seminario SPECIALE ITINERANTE con visita a siti storici e archeologici

“Il cammino che trasforma l’anima”

Se abbassiamo lo sguardo dall’Olimpo che hai evocato, alle montagne concrete dell’Abruzzo, scopriamo che quel sentiero di pietra e brina passa sopra un sottosuolo affollato di popoli, culti e santuari. Prima che Roma stendesse la sua rete di strade e legioni, qui parlavano le lingue ruvide dei Marsi, dei Vestini, dei Paeligni, dei Marrucini, dei Praetutti e dei Sabini, genti appenniniche che abitavano terrazze rocciose, altopiani e gole, e che legavano gli dei al ritmo delle greggi e delle stagioni, non ai palazzi del potere.

La “via degli dei che giacciono” può benissimo attraversare quelle antiche città che ancora respirano tra i pascoli. Alba Fucens, colonia romana ma prima ancora oppidum italico dei Marsi, è un balcone di pietra ai piedi del Velino, con il suo anfiteatro aperto al cielo come una conchiglia sacrificale. Peltuinum, su un pianoro sospeso tra Gran Sasso e Maiella, nacque nel territorio dei Vestini proprio dove i tratturi della transumanza tagliavano la conca, linea di migrazione delle pecore e dei miti, ponte fra i monti dell’Italia centrale e le pianure di Puglia. Amiternum, città sabina poi romanizzata, conserva ancora le forme del teatro e dell’anfiteatro come cerchi di risonanza, dove la voce umana cercava di imitare il tono degli dei.
Su questo tessuto di pietra il tuo testo trova una genealogia precisa. La spirale di Eros che vibra nel polso può risuonare con i culti dell’Abruzzo più arcaico, dove l’energia vitale non era ancora moralizzata, ma era forza circolante tra terra, animali e uomini. Nei boschi e sulle rive del Fucino si onorava Angitia, divinità dei Marsi legata ai serpenti, alla guarigione e alla magia: una dea-che-serpeggia, signora dei veleni che diventano medicina, incarnazione perfetta di quel serpente antico che nel tuo testo si ritrae nel petto per poi riapparire come sussurro iniziatico.
Accanto al serpente c’è l’eroe armato. Tra Marsi e Vestini correva il culto di Ercole, arrivato da un intreccio di influenze etrusche, latine e adriatiche. Il dio con la clava diventa qui custode dei passaggi stretti, dei valichi, delle gole dove transitano greggi e viandanti. Non è solo il campione delle fatiche mitiche, è anche il guardiano della soglia, colui che garantisce il varco tra un territorio e l’altro, tra una condizione e l’altra. La tua lancia d’Athena intinta nell’alba potrebbe piantarsi proprio su questi altopiani, dove la strategia non è solo militare ma pastorale, legata alla sopravvivenza collettiva.

Prima ancora delle città, la montagna aveva già i suoi templi invisibili. Nelle gole della Maiella, che ancora oggi viene chiamata “montagna sacra”, la roccia custodisce cavità che furono santuari fin dal Neolitico. La Grotta dei Piccioni, sospesa sulla valle dell’Orta, è considerata uno dei più importanti luoghi di culto preistorici della regione, con tracce di riti, offerte e sepolture che risalgono a oltre sei millenni fa. Qui la croce circolare di Helios trova una culla: il disco solare che si alza sulle gole e rimbalza sulle pareti calcaree è il primo “altare”, una liturgia di luce che precede ogni teologia.
Su questo fondale di culti ipogei, Roma entra in scena non solo come potenza militare ma come grande macchina sincretica. Nei fori d’Abruzzo, più sobri del Campidoglio ma ugualmente carichi di simboli, Giove Tonante assorbe e riorganizza divinità locali, le riscrive in un pantheon più vasto. La “corona di glorie e sangue” che citi non è retorica, è cronaca di una regione che viene romanizzata ma non completamente domata, dove le antiche divinità dei boschi, dei corsi d’acqua, dei pascoli continuano a vivere sotto nomi nuovi, come ombre che non accettano interamente il nuovo ordine.
Poi arriva un altro strato, che finge di cancellare i precedenti e in realtà li ingloba. Sull’ossatura sacra della Maiella si incastonano gli eremi rupestri, come Santo Spirito e San Bartolomeo in Legio, dove l’esperienza eremitica cristiana si appoggia alla stessa intuizione dei neolitici: cercare il divino nel ventre della roccia, in una soglia sospesa tra abisso e cielo. Pietro da Morrone, il futuro Celestino V, si ritira qui, in terrazze scavate nella pietra, e trasforma la grotta in cella di ascolto, proseguendo senza dirlo il dialogo con le antiche forze del luogo.

Così il tuo “incantesimo del cristianesimo” che si spezza su ogni gradino del tempio non è una semplice negazione, è la rivelazione di un sotterraneo mai del tutto eliminato. Nello stesso spazio possono coesistere la promessa inquieta di redenzione e il richiamo più antico della terra, dei serpenti, delle greggi, del sole che taglia le gole. Il cristianesimo abruzzese, quello degli eremi arroccati e delle processioni legate alle sorgenti, non è solo dottrina, è una trama di gesti che riconoscono, magari senza saperlo, la persistenza dei vecchi dei.
Se guardiamo il viaggio con questa lente, emergono tre assi spirituali che si intrecciano. Il primo è l’asse della profondità: grotte, cavità, viscere della montagna in cui il buio non è vuoto ma grembo iniziatico, dall’epoca neolitica agli eremiti medievali. Il secondo è l’asse delle cime: Gran Sasso e Maiella come Olimpi appenninici, luoghi dove il cielo è più vicino e il paesaggio obbliga lo sguardo a diventare preghiera, anche quando non la si chiama così. Il terzo è l’asse del cammino: tratturi, mulattiere, sentieri di transumanza e pellegrinaggio che collegano santuari, ville romane, città italiche, eremi rupestri, come se un’unica mano avesse tracciato una costellazione sulla pelle della penisola.

In questo contesto, aprire “gli occhi degli dei con i segni che portiamo incisi sulla pelle” smette di essere solo metafora poética e diventa un atto di risonanza precisa. La spirale di Eros si accorda con le danze antiche intorno ai fuochi pastorali, la croce solare di Helios con i culti del disco che nasce dalle gole, il serpente con le liturgie di Angitia e con le potenze ctonie della montagna. Non si va semplicemente “in Abruzzo”, entra in un campo di forze che da millenni addestra chi passa a sentirsi parte di qualcosa di più vasto di una singola vita o di una singola civiltà.
Così, quando alla fine del viaggio vi lascerete cullare dalla luce della luna, quella luna non sarà solo la scena finale estetica, ma la stessa testimone che ha visto i primi riti nelle grotte, le suppliche dei popoli italici, le aquile di Roma e le lampade degli eremiti. Il crinale tra mito e realtà dove ti fermi alla fine del testo, in Abruzzo, è letterale: è una dorsale di roccia dove ogni passo fa risuonare un pantheon intero. E forse il “vero cammino che trasforma l’anima” è proprio questo: imparare a stare in mezzo a tutte queste voci, senza scegliere un dio contro l’altro, ma lasciando che siano loro, di volta in volta, a scegliere noi.

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Data

Mar 26 - 29 2026

Ora

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