Il punto cieco – Seminario del Metodo Self in una giornata a Faenza
Saper guardare per non ripetere
Gran parte della vita viene vissuta come se decidessimo, mentre in realtà eseguiamo. Eseguiamo abitudini, riflessi, posture interiori, adattamenti, paure mascherate da prudenza, desideri indotti, inerzie che hanno preso il posto della volontà. Il problema non è morale. È strutturale. L’essere umano ordinario vive per lunghi tratti in uno stato di dispersione, identificazione e sonno relativo. In questo stato parla, reagisce, si muove, promette, sceglie, ma il centro reale dell’atto manca o è debolissimo. Per questo cambia idea facilmente, si contraddice, perde direzione, si lascia assorbire dal contesto e poi chiama “scelta” ciò che è stato soltanto il risultato di una pressione, di una stanchezza o di un condizionamento.
Il punto cieco è precisamente questa zona. Il luogo in cui qualcosa decide in noi prima che la presenza arrivi. Non si tratta di un concetto astratto. È un fatto osservabile. Si vede nel corpo che si irrigidisce o cede, nel respiro che si alza o si spezza, nel tono che cambia, nella velocità con cui si reagisce, nella perdita di contatto con il momento, nella parola che parte da sola, nella promessa che già mentre viene detta non ha forza sufficiente per reggersi. Il corpo, molto spesso, sa prima della testa da dove stiamo parlando. E quando il corpo è scollegato, la parola si gonfia, la logica si fa povera, l’emozione si distrae, la presenza si abbassa.
La domanda “chi decide quando decido” va dunque tolta dal salotto delle idee e riportata al laboratorio del vivere. Chi decide quando accetto qualcosa che non sento giusto. Chi decide quando rimando sempre lo stesso passo. Chi decide quando mi faccio assorbire da una situazione e perdo asse. Chi decide quando scelgo ciò che mi rassicura invece di ciò che mi rende più vivo. Chi decide quando parlo per immagine e non per necessità. In molti casi non è una volontà sveglia a muoversi. È un insieme di io minori, automatismi di difesa, abitudini di adattamento, identificazioni antiche, piccole forze concorrenti che si contendono il comando. Per questo l’essere umano ordinario appare così spesso diviso, incoerente, discontinuo.
Non perché sia “malato”, ma perché non è ancora sufficientemente raccolto.
Questo seminario nasce per portare luce proprio su quella soglia. Non cercherà spiegazioni consolatorie, né racconterà l’ennesima storia dell’io ferito. L’interesse sarà un altro: accorgersi di come si forma una scelta, riconoscere il momento in cui l’automatismo prende il sopravvento, distinguere tra impulso, reazione, desiderio e direzione, aumentare la possibilità di un atto più presente. In questo senso il lavoro non è psicologico ma conoscitivo. Non riguarda il commento su ciò che si prova, ma la qualità dell’essere con cui si attraversa il momento. Non interessa produrre interpretazioni, interessa produrre visione. E la visione, quando è reale, modifica subito l’assetto.
Nel corso della giornata si entrerà quindi nel rapporto tra decisione e dispersione, tra volontà e frammentazione, tra attrito e presenza. Si vedrà come la maggior parte delle vite venga deviata non dai grandi eventi, ma da micro-passaggi non osservati. Piccole concessioni, piccoli tradimenti di sé, piccoli cedimenti di tono, piccole omissioni di verità, piccoli automatismi di compiacimento o di rinuncia. È lì che il destino comincia a piegarsi. Non in astratto, ma nel gesto concreto. Nella parola detta o non detta. Nel momento in cui ci si ricorda oppure ci si perde.
In questa prospettiva anche la volontà va liberata da molta retorica. La volontà non è tensione muscolare della mente. Non è fissazione. Non è controllo nevrotico. È una qualità di presenza che regge una direzione. Compare quando corpo, attenzione, energia e intenzione smettono di andare ciascuno per conto proprio. Per questo una scelta vera ha un sapore diverso. È più semplice, più netta, meno teatrale. Non ha bisogno di troppe spiegazioni. Ha una sua silenziosa evidenza. Quando manca questa densità, la decisione è spesso soltanto una frase che spera di diventare realtà. Quando invece c’è, anche un passo minimo può avere una forza sorprendente.
Il punto cieco non è quindi soltanto ciò che non vediamo. È ciò che non vediamo mentre sta dirigendo la nostra vita.
Attraversarlo significa diventare un po’ meno meccanici, un po’ meno dispersi, un po’ meno in balia del caso apparente. Significa iniziare a costruire una relazione più seria con il proprio tempo, con il proprio centro e con la responsabilità del proprio esistere. Non per diventare rigidi o perfetti, ma per smettere di vivere in seconda mano. Perché una vita più desta non nasce da grandi dichiarazioni, nasce da soglie minime attraversate con sufficiente realtà.
(Per informazioni ed iscrizioni rivolgersi all’organizzatore dell’evento – vedi riquadro)
